Alternanza scuola-lavoro, una testimonianza

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Alternanza scuola-lavoro: una testimonianza

Una delle novità previste dalla Buona Scuola del Governo Renzi è quella della Alternanza Scuola-Lavoro: i ragazzi vengono inviati (in base all’indirizzo di studi scelto) in aziende o coinvolti in altri progetti sia di enti pubblici, sia da enti privati alternandolo con l’orario scolastico, oppure nel pomeriggio. Come possiamo evincere dalla testimonianza che ho raccolto, ci sono scuole che hanno preferito svolgere l’alternanza durante il periodo estivo, privando i ragazzi di un periodo delle loro vacanze dopo 9 mesi di scuola.

La parola “lavoro” nella pratica dell’alternanza è una mera menzogna: il lavoro, per essere chiamato tale, deve essere salariato. Il termine “Alternanza Scuola-Sfruttamento” non era molto carino da usare, ma se il Governo vuole essere davvero trasparente, è giusto che adotti questa parola. Magari dal prossimo anno anche qualche frustrata sul posto “di lavoro”, con fruste inviate dal Ministero.

Segue la testimonianza della studentessa anonima con cui ho avuto modo di parlare, che ringrazio tantissimo per la seconda volta:

“Era metà aprile, più o meno, quando è piombata in classe una professoressa con una circolare in mano, con la stessa prepotenza di un messaggio che ci informava che avremmo dovuto partecipare a cinque incontri obbligatori di tre ore ciascuno sulla sicurezza, che sarebbero poi stati verificati con un test finale. I tempi si allargavano per chi, essendo di fuori paese, in orario pomeridiano non poteva usufruire del servizio delle corriere ed era costretto ad organizzarsi con gli impegni dei genitori. In tutto questo, non c’è stata nessuna collaborazione da parte dei professori che all’indomani degli incontri pretendevano la stessa preparazione degli altri giorni.

Questa è stata la preparazione teorica dell’Alternanza scuola-lavoro che avremmo dovuto sostenere nel mese successivo. Non ci è stato detto né perché si dovesse fare, né da dove nascesse, essendo una cosa del tutto nuova. Fino ad allora c’erano state solo voci di corridoio e notizie frammentarie da altre scuole. Proprio sulla scia di quest’ultime, che hanno svolto l’alternanza in orario curriculare, abbiamo provato a chiedere perché noi dovessimo farla non appena finita la scuola. Ci è stato risposto: “Questa scuola ha deciso così. La scuola non finisce il 9 giugno.”

La maggior parte di noi è stata assegnata ad una scuola paritaria internazionale per insegnare inglese ai bambini dai 3 ai 5 anni. Altri miei compagni di classe hanno svolto l’attività presso il Comune.

Il mio “orario di lavoro” era dalle 8.30 alle 13.30, dal 7 al 22 giugno. 
Il primo giorno ci hanno spiegato che il nostro compito sarebbe stato quello di organizzare con i bambini una sorta si spettacolino di fine anno in inglese.

Io sono stata sin da subito entusiasta: amo molto i bambini, e il mio futuro sarà sicuramente tra loro. Non nascondo però che doversi svegliare presto mentre tutti, o quasi tutti, i tuoi cotanei dormono, non è stato il massimo della felicità. Il 18 giugno abbiamo svolto la recita: si trattava per lo più di canzoncine in inglese alternate a dei percorsi pensati per i maschetti.

I bambini hanno cantato la metà delle parole, alcuni durante le prove erano spaesati. Forse si è preteso un po’ troppo da quelle creaturine, ma la fame di riconoscimenti è sempre stata un peculiarità della mia scuola.

Lavoro ce n’è stato tanto da fare, ma è assolutamente errato chiamarlo così nel senso proprio del termine: l’unico guadagno che ho ricevuto sono stati i sorrisi dei bambini.”

Jacopo Sabato

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