Christopher Marlowe e l’uomo seicentesco

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Marlowe

L’età elisabettiana non fu di sicuro un periodo semplice, ricco di conflitti politici e civili dettati da continui e rivoluzionari cambiamenti pronti a ribaltare la vita di tutta la popolazione. Sono gli artisti e i letterati, forti di una sensibilità esponenzialmente maggiore, ad isolarsi per cercare un soluzione, a criticare il mondo alieno in cui l’umanità si è trovata ospite e a cercar di comprendere i veri perché dell’esistenza.

La biografia di Christopher Marlowe sembra proprio rispecchiare quel senso di inadeguatezza che attanaglia la società del tempo, in un periodo storico in cui nulla è più certo.

Gli stessi personaggi dello scrittore e drammaturgo attraversano momenti particolari e cercano disperatamente di ottenere quel qualcosa in più che continua ad ossessionarli. Tamerlano accumula terre, spinto dal suo emblematico “più in là”; Barabba pretende sempre più ricchezze da buon cliché del vecchio ebreo avaro e, da un gradino culturalmente più elevato, ritroviamo Faust che invece brama una conoscenza assoluta, preclusa al genere umano.

Con uno stile di scrittura quasi coraggioso che riesce a creare sfumature oscure che schiariscono gradualmente o quasi in un istante, in tinte limpide e cristalline, Marlowe crea opere dal sapore agrodolce che continuamente uniscono all’amarezza del senso della vita tinte comiche e filosofiche.

Così il suo Tamerlano ci appare come un sanguinario, un personaggio che ha alle spalle la parabola di Timur lo Zoppo, il “pastore sciita” (per usare un dispregiativo con cui veniva indicato) che dal nulla è riuscito a creare un vasto impero. Seguendo la metodologia di Boccaccio, la vicenda di sangue e distruzione, è ambientata in luoghi lontani dalla madrepatria quasi per esorcizzare la morte e allontanare qualsiasi atrocità dalla propria società. Quasi come lo shakespeariano Macbeth, Tamerlano crea un regno che è specchio di quella violenza che alberga nei suoi pensieri, mettendo in scena un vero e proprio teatro della crudeltà in una vicenda fuori dal tempo e dallo spazio. Il lato comico è giocato da Califa, un figlio che rinuncia alla tradizione cavalleresca, che volta le spalle ai valori e preferisce giocare a carte invece di partecipare alla guerra.

I problemi sociali non sono espressi solo da un’attenta analisi interiore, ma vengono ben esplicitati anche nei rapporti umani, soprattutto tra quelli dei diversi.

Nel periodo storico indicato come moderno, essere un “diverso” comportava l’emarginazione sociale, l’essere escluso dalla vita cittadina e dover provvedere chissà come a se stesso e alla propria famiglia. Diverso era un ebreo come Barabba (protagonista di “L’ebreo di Malta”) o un parvenu, un nuovo nobile di toga come Gaveston (dell’ Edoardo II). Il loro progressivo allontanamento si fa concreto e fisico quando negli stessi dialoghi si costruiscono insulti e false prese di coscienza. Ma Marlowe non si sofferma semplicemente nel descrivere una scena, il drammaturgo riesce a condannare tutti: i giusti e i peccatori, gli ebrei e i cristiani, i nobili e la regina, descrivendo i preti come dei malfattori, sullo stesso piano dei cosiddetti infedeli e un amore omosessuale come l’unico che sopravvive ai vizi di corte.

È forse il Faust che riesce a impersonificare nel migliore dei modi l’uomo seicentesco dall’animo frantumato, nostalgico del suo omonimo medievale che vantava la perfezione dell’immagine divina.

Faust è Adamo che, dopo millenni, rialza la testa, pretende di mangiare anche dall’albero della conoscenza e, ricevendo sempre la stessa risposta negativa, decide di allearsi con un altro sconfitto, Satana stesso.

La tradizione parlava di un semplice uomo che fa un patto col diavolo e vende così la sua anima, ma Marlowe ancora una volta spoglia il personaggio di tutti i suoi cliché ponendo al centro della vicenda la lotta tra Dio e l’uomo, che inizia una tensione laica, tramite i vari e profondi soliloqui, che tende allo Streben tedesco, aspirando al romantico assoluto. Faust comprende che l’azione umana è vana, che il tempo di una vita è limitato e impossibilita al cambiamento. Si apre una concezione temporale tipica dantesca: quella della giustizia divina.
Il Prologo può dirsi come la sintesi perfetta dell’opera e della concezione marlowana dell’uomo. Faust prende le sembianze di un Icaro che, orgoglioso delle sue ali di cera, vola troppo in alto, cerca di toccare il sole (la massima conoscenza) ma, andando oltre le sue possibilità, precipita dopo averne solo assaporato l’idea.

Alessia Sicuro

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Diplomata al liceo scientifico sperimentale PNI, matricola alla facoltà di lettere moderne della Federico II, ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose. Accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire ed affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Divora libri, vecchie storie, vorrebbe guardar il futuro con degli occhiali magici per riportar solo belle notizie alla gente disillusa. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale! Vorrebbe esser stata più concreta fin dall’inizio, essere interessata ai soldi come tutta la gente normale e non sentirsi in pace col cosmo solo perché sta inforcando una penna. Si, vorrebbe, ma bisogna sempre svegliarsi.

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