“Sulla strada”: Kerouac e l’insana voglia di libertà

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Kerouac

“Una macchina veloce, l’orizzonte lontano e una donna da amare alla fine della strada.”

La smania di libertà, accanita e frenetica, depreda le anime di coloro i quali non tollerano né permettono che la propria esistenza sia grossolanamente scandita dal ritmo pedissequo e ridondante, molesto e vessatorio dell’arrogante ordinarietà delle regole sociali che barbaramente ottundono la mente, la esiliano in infeconde terre gremite dal seme infruttifero e arido del conformismo, dell’indefesso sonno delle idee. Al contrario, il brulicante anelito alla vita, recalcitrante ad ogni bruta forma di imposizione, sobilla e infervora, trascina e seduce, avvince e conduce all’abbagliante splendore della disobbedienza, alla liturgia della perenne ricerca, alla fuga inquieta da un’esistenza vacua, frivola, scevra dei fulgenti bagliori dell’eresia.

E proprio l’irruente desiderio di libertà, di evasione dalle prigioni anguste e canoniche della società americana del dopoguerra accende gli animi dei personaggi del libro autobiografico di Jack Kerouac “Sulla strada”. Sal Paradise, pseudonimo di Kerouac, percorre le strade del Nord America insieme all’amico fraterno Dean Moriarty, di cui ammira, mitizza e riproduce lo stile di vita anticonformista, refrattario alla catalettica ortodossia borghese, che idolatra i valori della stabilità, della fissa dimora, di un modus vivendi insignito della ricchezza economica, di una grigia e catacombica tranquillità. Al contrario, Dean naufraga negli oceani burrascosi di un ciclopico esotismo, che irrompe in un’ansante bramosia di intraprendere sempre viaggi, perché “c’è sempre qualcosa di più, un po’ più in là… non finisce mai.”

“– Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.

– Per andare dove, amico?

– Non lo so, ma dobbiamo andare.”

Kerouac

Il viaggio diventa mezzo di affermazione dell’agognatissima indipendenza, espediente di protesta che infanga, insozza e corrompe le prosaiche e retrive convenzioni perbeniste. È un viaggio che i due protagonisti conducono anche attraverso se stessi, aspirando ad esplorare i confini completamente sconosciuti dell’umanità, mediante l’uso di alcool e droghe, abbandonandosi perversamente e lascivamente ai piaceri, esasperando l’essenza dell’individualità libera e slegata da ogni carcere sociale.

Nella nicchia di questo perpetuo vagabondare, della martellante ed estenuante ricerca, della fuga esosa e sfrenata, del girovagare imperituro e irrisolto, la meta stermina, uccide, distrugge l’accecante miraggio di Kerouac e dell’amico Moriarty, delude le loro aspettative, paradossalmente si carica della mediocre banalità degli obiettivi raggiunti, addossando loro il peso gravoso e spossante del vuoto.

“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.”

La vera meta è partire, senza mai giungere al luogo stabilito. L’esotismo disperato dei due personaggi non è altro che l’estrinsecazione del prostrante e spasmodico malessere che si abbatte sull’intera generazione dei giovani del Nuovo Mondo che, accecati dal vano e illusorio sogno americano, dissipatosi poi sulla scia dei valori retrogradi borghesi, indugiano, fluttuando in un mare di incertezza e profondo malcontento.

Kerouac

Dean, controfigura dell’amico di Kerouac Neal Cassady, deus ex machina del romanzo, antieroe per eccellenza, non è altro che la mirabile sintesi dell’inconfessato conflitto intimo tra l’uomo estetico e l’uomo etico: da un lato, travolto nel vorticoso turbinio dell’utopia chimerica del raggiungimento dell’assoluto, arrendendosi agli eccessi della goduria e in balia dell’estasi; dall’altro, incline a voler instaurare un solido legame familiare. Egli è la perfetta incarnazione della connaturata irresolutezza e meravigliosa follia di quella che, in seguito, verrà denominata come “beat generation”, espressione in cui il termine “beat” si obera di un ambivalente significato: “battuto” e “beatificato”. Si può pervenire alla sublimità della beatificazione, alla “luce della verità” soltanto lottando alacremente contro la borghesia bigotta e tradizionalista.

“Perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno «Oooooh!»”

L’ansimante sete di libertà, il forsennato vagare, la matta e delirante insoddisfazione perenne, l’estrosa e strampalata ricerca dell’infinito, l’incontenibile voglia di ribellarsi sono solo alcuni dei tratti salienti di quello che sarà il manifesto, il testamento della beat generation, che non solo inaugurerà un nuovo movimento letterario, ma si riverserà anche nella musica.

“Dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada è la vita.”

Clara Letizia Riccio

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