Nicolai Lilin: “Se il terrorismo diventa un elemento culturale, è la fine”

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Il #brainch della domenica: intervista a Nicolai Lilin

BrainchNicolai Lilin, nato in Transnistria nel 1980, è uno scrittore ed artista di origini russe che vive in Italia da dodici anni.

Divenuto celebre al grande pubblico col romanzo “Educazione Siberiana”, da cui l’altrettanto celebre film diretto da Gabriele Salvatores, ha maturato significative esperienze nelle strutture antiterrorismo ed oggi, fra le sue passioni, si annoverano un laboratorio di disegno e tatuaggi e la progettazione di coltelli.

Viviamo un’epoca di terrore globale e conflitto perenne. Lei stesso ha parlato di terrorismo come “elemento culturale”. Crede sia possibile, a questo punto, parlare di una nuova fenomenologia del crimine?

Spero che il terrorismo non diventi mai un elemento culturale, perché se dovesse diventarlo cambierà per sempre in negativo la nostra area sociale, e la trasversalità dell’uomo cesserà di esistere. Chiunque potrà compiere atti terroristici per rientrare in un meccanismo di profitto sociale. La criminalità è un concetto legato alla struttura e alla visione della legalità che abbiamo: se oggi parliamo di un certo tipo di criminalità, dei cambiamenti in quest’area, dobbiamo anche considerare quale evoluzione o involuzione ha fatto la società in generale.

In Occidente, ad esempio, c’è una serie di privazioni e mancanza di diritti, acquisiti nel secolo scorso, che adesso stanno scomparendo: se oggi un giovane preferisce impugnare una pistola, magari imitando i protagonisti di una serie televisiva, e va a rapinare o spacciare, è anche in qualche modo una mancanza della società stessa. Ciò crea una differenza con la criminalità strutturata e consapevole, che accade allo stesso modo tra i benestanti o i poveri, per motivi personali, o educativi, o altro: diventa improvvisa, non strutturata, inconsapevole, e questo mi preoccupa. Una vecchietta che ruba cibo perché non ha i soldi per la legge è una criminale, per me lei è la vittima.

In Italia, di recente, è stato sdoganato un certo approccio più “mediatico” nei confronti della criminalità organizzata: citiamo Gomorra e Suburra come esempi più famosi. Ritiene che abbiano una loro utilità o vadano presi per ciò che sono, ovvero spettacolo?

Penso che di tali realtà sia meglio parlarne che tacerne: ben venga che registi, scrittori, giornalisti ne parlino. Ovviamente bisogna capire come lo fanno: il mio auspicio è che il messaggio trasmesso con tali opere arrivi ai giovani e li convinca a stare alla larga da simili fenomeni, perché entrare nella criminalità organizzata può sembrare divertente, un atto estremo, una sorta di moda urbana.

Pensiamo alle gang giovanili che si ispirano ai modelli americani: ciò che mi ha colpito è che la maggior parte di loro sono figli di immigrati, nati in Italia, integrati alla perfezione, che per scelta personale hanno deciso di fare questa scelta perché ne hanno subito il fascino. Questo è l’aspetto più preoccupante: quando entri in questo meccanismo, diventi lo strumento per qualche “furbo” che ti manipola e crea il presupposto per guadagnare soldi sulla tua pelle. Più o meno, ciò che fanno i terroristi nei paesi arabi, dove i facoltosi sceicchi mandano giovani ad ammazzarsi e ne traggono ogni profitto.

Crede che sia possibile arginare le mafie anche dall’interno delle istituzioni, proprio laddove più spesso si annidano? Ad esempio, provvedimenti come la legalizzazione della cannabis potrebbero avere un minimo effetto in tal senso?

Qualsiasi tipo di proibizione è un regalo per chi vuole speculare e sfruttare. Secondo me la droga va liberalizzata, quindi anche monitorata perché possiamo essere sicuri che un ragazzino non faccia uso di sostanze come l’eroina. Droghe pesanti potrebbero essere somministrate, oltre una certa età, da medici professionisti dopo un permesso in apposite cliniche, pagando soldi e relative tasse. L’uso deve essere controllato e regolamentato, non dobbiamo permettere che gli spacciatori possano portare l’eroina fin dentro casa.

Il senso della legge è questo, soprattutto quando si parla di sostanze pericolose; se le proibiamo, otteniamo l’effetto-Chicago, quel che avveniva col proibizionismo dell’alcool in America, quindi a tutti gli effetti un aiuto alla criminalità organizzata. Lì si capisce quanto uno Stato sia legato alle mafie, e particolarmente in Italia, dove droga e prostituzione non vengono mai affrontati dallo Stato perché purtroppo è fortemente colluso con la mafia e lo sappiamo bene, sono stati scritti libri e sono morti giornalisti per questo motivo. Se una persona vuole fumare una canna, lo faccia, non ho niente in contrario, ma lo faccia rispettando la legge e in luoghi adeguati: questo è il senso della legalità, tutelare e proteggere.

In questo periodo è impegnato nel tour promozionale del suo ultimo libro, Spy Story Love Story, in cui non mancano importanti spunti di riflessione, come un abisso che guarda dentro l’abisso, per dirla alla maniera di Nietzsche. Ma i lettori sono impazienti e vogliono già qualcosa di nuovo: cosa dobbiamo aspettarci dal suo prossimo progetto, le Fiabe “criminali”?

Spy StorySì, sto scrivendo queste Fiabe Fuorilegge dove il mondo che conosciamo è invertito, dove il criminale viene raccontato come una persona che affronta un sistema malvagio e un potere corrotto, quello che viviamo noi oggi nella realtà. Il potere non garantisce la sicurezza, ma gioca con la nostra sicurezza e ci mette in pericolo: quel che è successo in Francia, con la polizia totalmente impreparata ad affrontare un simile episodio, e la lunga, triste agonia del sistema statale che si è esibito anche nelle minacce nei confronti dei cittadini per nascondere la propria inefficienza. Se fossero stati onesti, avrebbero detto di non essere più in grado di proteggerci dal terrorismo.

Ma uno Stato che fa credere di esserne in grado è il simbolo della corruzione, senza parlare dei collegamenti con mafie ed economie corrotte. Ad esempio, il nostro premier oggi è più preoccupato del salvataggio di una banca che delle politiche sociali; piuttosto che preoccuparmi dei manager del Monte dei Paschi, mi preoccuperei per i giovani, la scuola, gli anziani, i pensionati, le madri, i lavoratori, la sanità. Il nostro potere oggi è questo: corrotto, composto da burocrati che non credono in quello che fanno.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

Per restare sempre aggiornati sull’autore: www.nicolaililin.it

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