Sono passati ventisette anni dall’incoronazione dell’ottuagenario Akihito, primo figlio maschio dell’imperatore del Giappone Hirohito e prima maestà ad occupare il trono del paese del Sol Levante senza godere di prerogative divine.

D’altronde un Dio non invecchia mai, mentre Akihito ha già raggiunto la veneranda età di ottantadue anni, con tutti gli inevitabili acciacchi che il tempo porta con sé.

È stato proprio questo il tema del videomessaggio alla nazione dell’imperatore, trasmesso l’8 agosto scorso in una delle sporadiche apparizioni pubbliche, preceduta da un annuncio ufficiale della casa reale in cui si rendeva noto che sua maestà avrebbe rilasciato un “importante messaggio” al suo popolo.

Nel suo discorso, diffuso a reti unificate nel primo pomeriggio di lunedì, Akihito ha fatto cenno alle sue precarie condizioni di salute – non si dimentichi che è stato operato per un tumore nel 2003 e poco tempo fa ha subito un intervento al cuore per l’installazione di un bypass coronarico – lasciando intendere che la sua intenzione è quella di abdicare, lasciando il trono al principe ereditario, il cinquantaseienne primogenito Naruhito.

Il comunicato è stato un piccolo capolavoro di diplomazia, intesa come abilità nel trattare gli argomenti più delicati, poiché l’imperatore ha avuto l’estrema accortezza di non parlare mai direttamente di dimissioni, sia per mere ragioni di etichetta – molto sentita da quelle parti – che per motivi giuridici, dal momento che la legge imperiale non prevede l’abdicazione.

In questo senso, un’eventuale modifica alla legislazione vigente si andrebbe ad aggiungere al già sostanzioso pacchetto di riforme fortemente voluto da Shinzō Abe, primo ministro giapponese, che, all’indomani dell’ottenimento della maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, era in procinto di fare approvare un’importante riforma costituzionale, che doveva riguardare anche la figura dell’imperatore, da rivalutare in chiave nazionalistica.

Da un certo punto di vista, la reintroduzione dell’abdicazione potrebbe rivelarsi un passo indietro nella strategia politica dell’attuale classe dirigente, poiché l’immagine dell’imperatore ne uscirebbe per certi versi “desacralizzata”, anziché rinvigorita, come era nelle intenzioni del premier, sotto il profilo istituzionale.

A tale riguardo, è opportuno precisare che il ruolo della maestà imperiale rimane comunque puramente rappresentativo, essendo ben poche le prerogative di Akihito – e quasi tutte esclusivamente di tipo cerimoniale – nella politica giapponese.

Tuttavia, Abe e i suoi faranno bene a non sottovalutare il ruolo dell’imperatore dal punto di vista simbolico ed emozionale: il sovrano, infatti, è una figura molto rispettata e benvoluta in Giappone, e gli elettori non perdonerebbero mai un governo che non tratta con la dovuta deferenza il suo rappresentante più amato.

Una piccola grana, insomma, per i liberaldemocratici, che dovranno maneggiare con estrema cura la questione, stando attenti sia a non compromettere i progressi politici sin qui ottenuti, che a non urtare la sensibilità del popolo giapponese.

Carlo Rombolà

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