Divieto di burkini, una segregazione implicita

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Divieto burkini

In questi giorni, il premier francese Manuel Valls si è schierato a favore di alcuni comuni francesi (Cannes, Villeneuve-Loubet e Sisco) che hanno emesso un bando contro il burkini (contrazione tra burqa e bikini), costume per le donne di origine musulmana che copre interamente il corpo. Il premier ha giustificato questa presa di posizione dicendo che “il burkini è la traduzione di un modello di contro-società, fondato sull’asservimento della donna: dietro questo costume, c’è l’idea che per natura le donne sarebbero impudiche, impure” e che, di conseguenza “questo non è compatibile con i valori della Francia e della Repubblica“.

Ciò ha raccolto l’approvazione del centrodestra francese, mentre alcuni esponenti della dissidenza interna al partito socialista hanno fortemente criticato il premier francese. Ma la faccenda va oltre, e sottende i valori fondanti di culture differenti.

Perché non si parla né di integrazione né di educazione alla civiltà, come invece sostiene l’autrice del “Corpo delle donne”, Lorella Zanardo, che dopo aver “fatto la musulmana” per un paio d’ore indossando il burkini in spiaggia, ha dichiarato che il costume è intollerabile e che “come in Nord Europa, non dovremmo fornire solo corsi di lingua agli immigrati. Ma anche lezioni sui nostri usi e costumi“.

Si parla invece, di creazione di spazi separati, di barriere figurate e della nascita di una segregazione implicita che non farebbe altro che radicalizzare e rafforzare le differenze culturali, alimentando violenze e strumentalizzazioni inutili. “Il burkini è una schiavitù: proviene da società castranti verso la donna” ha poi continuato la Zanardo, sostenendo che il compito di noi donne occidentali sia quello di “mostrare alle nostre compagne immigrate i risultati delle nostre lotte femministe” e che “una società più libera è possibile“.

Ma se vogliamo proprio incentrare il discorso sulla libertà, perché non ci chiediamo quanto sia realmente libera una società che impone il proprio stile di vita a persone provenienti da una cultura differente da quella Occidentale? Perché sentiamo così profondamente il bisogno di “occidentalizzare” il mondo? Non è forse vero che la laicità è uno dei nostri principi fondanti? E allora che senso ha fare del moralismo ed indignarsi per un costume orientale?

Il burkini fa parte dei valori fondanti di una cultura differente dalla nostra, e per quanto essi siano influenzati da matrici religiose, restano pur sempre i valori rispettabili di un’intera società. Nessuno può impedire ad una donna di mostrarsi secondo i dettami religiosi in cui essa stessa crede e con i quali è cresciuta. Ma forse, l’odio così radicale verso il burkini non nasce tanto dal fatto che esso sia “una gabbia per il corpo femminile”, tanto quanto dal fatto che esso abbia origine islamica.

Ma non voglio portarla sul piano dell’islamofobia, è una paura che per me non sussiste poiché frutto di menti bigotte. Al centro del discorso c’è sempre il corpo femminile e la libertà di vestirsi come si vuole delle donne. Il nemico è sempre lo stesso: il patriarcato, proveniente da ogni parte del mondo. Perché fino a qualche decennio fa, anche noi donne occidentali saremmo state bersagli di feroci epiteti se avessimo avuto il coraggio di mostrare qualcosa in più della gamba o dell’ascella. Ed esso non si combatte con i divieti, con missioni di “educazione all’Occidente” o con imposizioni pseudo-libertarie: le battaglie di liberazione sono una cosa seria.

E prima di improvvisarci musulmane, forse dovremmo chiedere a chi lo è davvero, perché si può essere femministe anche senza imporre divieti e costringere le persone all’adattamento forzato in una cultura che non gli appartiene. E per la cronaca, indignatevi pure per il burkini e per lo hijab indossato dalla pallavolista Doa El-ghobashy durante la partita di beach volley alle Olimpiadi: ma vi prego, siccome vi promuovete tanto difensori dei centimetri di pelle scoperti, fate lo stesso quando uno stupro viene giustificato con il modo di vestire della vittima.

Da “il Manifesto”

Ana Nitu

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