“Studio preliminare”, che si tratti di marijuana o altro va sempre specificato. Questo perché l’immensa mole di notizie e link che girano in rete molto spesso crea quasi autonomamente “conclusioni” che poi si rivelano dissimili dalla realtà.

Gli iter di sperimentazione sono infatti lunghi e richiedono anni di studio ed approfondimento. Tempi sempre e comunque lontani dalla pubblicazione di una scoperta, com’è giusto che sia del resto.

La scoperta e successivo annuncio, del Salk Institute for Biological Studies di La Jolla è tuttavia estremamente importante, in quanto riguarda l’Alzheimer, una delle patologie più gravi che conosciamo e la marijuana, una delle “sostanze” più discusse.

Lo studio riguarda nuovamente le proprietà del THC (il delta-9-tetraidrocannabinolo), il principale principio attivo contenuto nella cannabis e la sua presunta ed importante azione verso il meccanismo principale di aggressione dell’Alzheimer.

Ma come fa l’Alzheimer a produrre i suoi gravissimi effetti? In maniera molto complessa in realtà, anche se il principio base, individuato da diversi studi ed oggetto del lavoro in questione è conosciuto e da tempo al centro dell’attenzione degli scienziati.

Il team, guidato da Dan Schubert, ha di fatto incentrato il lavoro sulle prime fasi della malattia, quando una proteina detta Beta Amiloide si aggrega in placche in grado di alterare le comunicazioni tra sinapsi cerebrali, portando in seguito alla sintomatologia che tutti conosciamo.

La marijuana e il THC, entrano in gioco in quanto il principio attivo cannabinoide sembra agire proprio in questa fase impedendo l’accumulo di Beta Amiloide nel cervello.

index

Nello specifico i neuroni del cervello producono dei lipidi detti endocannabinoidi che agendo su determinati recettori hanno la funzione di facilitare la comunicazione sinaptica cellulare.

Il THC contenuto nella marijuana è del tutto simile agli endocannabinoidi e la sua azione, attivando gli stessi recettori, riesce a svolgere un’azione protettiva sulle cellule cerebrali.

Lo studio in questione sembra pertanto evidenziare una funzione protettiva del THC contenuto nella marijuana che riesce a prevenire l’accumulo di Beta Amiloide e di conseguenza ad evitare la morte cellulare.

Se le sperimentazioni successive confermeranno quanto rivelato da questo studio ci troveremo di fronte ad una svolta enorme nella lotta all’Alzhiemer con la marijuana di nuovo attore principale in questo percorso.

A questo punto è necessaria però una riflessione che riguarda appieno la questione marijuana aperta ormai su più fronti: il fatto che la sperimentazione terapeutica e la questione legale rimangono due questioni separate.

Da una parte c’è la necessità di individuare sostanze e mettere a punto farmaci in grado di combattere patologie che ad oggi non possiamo curare; dall’altra c’è un discorso molto ampio e spesso controverso che riguarda la legalità appunto, ma anche un’idea diversa di società, incentrata sulla responsabilizzazione di ognuno di noi, che si tratti di marijuana o altro.

Mettere tutto insieme, come poi spesso accade, non solo non produce alcun beneficio, ma finisce per rendere la discussione ancora più fumosa e difficile da dipanare. La marijuana, se utilizzata con giudizio, potrebbe rappresentare una grossa opportunità da sfruttare in campo terapeutico.

Mauro Presciutti

CONDIVIDI
Articolo precedenteIl post che ha diviso Scafati, Casciello e Grimaldi rispondono
Articolo successivoTurchia: attentato ad un matrimonio curdo
Sono laureato in Radiologia e Radioterapia ed in Biologia, mi occupo di agricoltura sostenibile e sono un attivista politico impegnato sui temi sociali, dei diritti, del lavoro e dell'ambiente. Credo che il futuro di questo paese passi dalla ricerca e dall'innovazione, credo anche che siamo ancora molto lontani da quel futuro.