“Medeae, da Euripide in poi”, il mito di Medea a Paestum

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Medea

Si intitola “Medeae, da Euripide in poi” lo spettacolo dedicato all’eroina del mito greco Medea, che andrà in scena presso il Parco archeologico di Paestum il 24 agosto alle ore 21:30.

“In tutti gli altri eventi, piena è la donna di paure, e vile contro la forza, e quando vede un ferro; ma quando, invece, offesa è nel suo talamo, cuore non c’è del suo più sanguinario.

Mens e cupido, ratio e furor, atarassico e scaltro raziocinio e ira furibonda e collerica, ragione oculata e crudelmente calcolatrice e passione (dal latino “patior”: soffrire) dal potere annichilente: queste le contrastanti componenti di uno dei personaggi più discussi e controversi della mitologia greca, Medea. Fulcro ricco di discordanti sfumature, dove si addensano incontrollabili pulsioni e sentimenti genuini, nella versione euripidea del mito, Medea riunisce in sé la figura della madre devotamente affezionata ai suoi figli e quella di una donna spietata, spregiudicata, il cui sguardo è ottenebrato da un implacabile rancore, e pur tuttavia trattiene ancora la lucidità sagace e necessaria a meditare l’assassinio dei suoi figli per covar vendetta nei confronti del marito Giasone che l’ha ripudiata per “miglior letto”, decidendo di prendere in moglie Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto.

Medea
“Medea e gli Argonauti”, Anselm Feuerbach, 1870

Disperazione rovinosa e rabbia irruente, orgoglio altero e intenso amore di madre, follia delirante e avveduta accortezza, incessanti tentennamenti e ferme decisioni; nell’eroina si annida una personalità che oscilla ininterrottamente tra due poli opposti. Medea si macchia non solo dell’uccisione dei suoi figli, ma anche di quella di Glauce, perpetrata con l’inganno. Eppure la straziante sofferenza, l’affannoso tormento che avviluppano questa donna la assolvono, la giustificano e l’assassinio non appare più come gesto imperdonabile e abietto, ma come inconfutabile espediente per far trionfare la tanto agognata giustizia.

“Ciò che fugge misura non può niun vantaggio recare ai mortali; e maggiori sciagure, se il Dèmone mai s’adira, procaccia alle case.”

Riaffiora nella tragedia greca il violento e sempiterno conflitto tra la cultura ateniese, civilizzata e quella della Colchide, ancora barbara e ancestrale. E proprio questo dissidio si fa strada nella versione pasoliniana della Medea, in cui figura la mancata integrazione tra la dimensione sacra, in cui l’eroina naviga e di cui il Centauro, padre e maestro di Giasone, è allegoria, e il mondo sconsacrato, quello in cui Giasone penetra a seguito di varie vicissitudini. La sacralità confluisce nella natura che è soprannaturale, abitata da un Dio. Infatti “tutto è sacro” e tutto è slegato dalla materialità prosaica che, al contrario, usurpa e si impossessa della dimensione sconsacrata, in cui esulta, egemone, la razionalità. Medea, punta di diamante di quel mondo sacro e riflesso dell’interiorità nascosta di Giasone, viene annientata dalla superbia preponderante di ciò che pretende di innalzarsi a raziocinio, pedissequa logica. L’amore per il marito la soggioga, la spoglia di quell’aura sacrale di cui prima era investita e la spintona verso l’“Altro da sé”, così arido e sterile.

«Ma essere è naturale? No, a me non sembra, anzi, a me sembra che sia portentoso, misterioso e, semmai assolutamente innaturale.»

Medea

L’eredità letteraria di cui si copre questo personaggio attraversa la cultura latina, con la rielaborazione di Ovidio e Seneca fino a quella tedesca, con la scrittrice Christa Wolf che offre una versione completamente nuova di Medea nel libro “Medea. Voci”, in cui si narra che non fu l’eroina ad uccidere i propri figli, ma gli abitanti di Corinto che mal sopportavano il suo arrivo nella terra greca.

“La cosa migliore è vivere nell’uguaglianza; il nome stesso della moderazione già solo a pronunciarsi è bello; seguirla, poi, è quanto di meglio c’è per gli uomini.”

Clara Letizia Riccio

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