Quando una minigonna costa la vita

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Quando una minigonna costa la vita

Questa volta non ci troviamo in qualche “islamizzata” località nordafricana, né in Afghanistan, né in Somalia e né tantomeno in quei comuni francesi che hanno emanato un bando contro il burkini: ci troviamo a casa nostra, più precisamente a Nicotera, in provincia di Vibo Valentia, Calabria. Qui infatti, Demetrio Putortì, 25 anni, esasperato dall’ossessivo desiderio di controllo, ha gambizzato la sorella 21enne Marisa Putortì, con un fucile: la motivazione? Ancora una volta, una minigonna.

È accaduto venerdì sera davanti al “Bombo“, bar dove lavorava Marisa. “Mio fratello sembrava indemoniato: mi ha puntato contro il fucile ed ha sparato. Sono caduta ed ho chiuso gli occhi per il dolore, poi in ambulanza sentivo le voci dei medici e mi sono preoccupata. Speravano che non si fosse rotta l’arteria femorale, altrimenti non sarei arrivata nemmeno in ospedale” ha raccontato Marisa dal letto del reparto Ortopedia dello Jazzolino di Vibo Valentia, “Era ormai da anni che non andavamo d’accordo: neanche ci salutavamo più. A lui dava fastidio ogni cosa che facevo: se mi truccavo o andavo in giro con la minigonna, se fumavo o mi fermavo in paese a parlare con uomini più grandi. Chissà cosa gli raccontavano di me i suoi amici” ha poi continuato, confermando di non aver taciuto il nome dello sparatore al capitano Francesco Manzone per protezione verso il fratello, ma perché “pensavo ci arrivassero da soli“.

Potrà risultare ripetitivo, estenuante, a tratti assillante, ma anche questa vicenda trova sbocco -purtroppo- in quel fenomeno maligno che accomuna le donne di tutto il mondo: il patriarcato. Dopo la morte del padre Carmelo, infatti, Demetrio pensava di sostituirsi alla figura paterna in famiglia: si è sentito dunque in diritto di “punire” la sorella per alcuni suoi atteggiamenti, sparandole. 24 ore dopo aver sparato a Marisa, Demetrio si è costituito, ed in caserma è stato raggiunto dalla madre, che tra baci ed abbracci ha affermato che “con un figlio non servono parole“: infatti bisognava usarle prima.

Suppongo che la procedura sarà la stessa: finiremo per puntare i riflettori sugli atteggiamenti della vittima, sulla sua minigonna, sul fatto che fosse stata avvertita e rimproverata più volte dal fratello, prima che lui prendesse questa decisione drastica. Uomo avvisato, mezzo salvato, dunque: Marisa se l’è cercata, tutto questo non sarebbe accaduto se lei avesse rispettato il volere e le decisioni della figura maschile della famiglia, vestendo perfettamente i panni della donna ubbidiente e dai “solidi valori”.

E continueremo ad inscenare il solito teatrino secondo il quale il burkini ed il burqa sono sinonimo di sottomissione e di condizione precaria della donna, convincendoci -forse per una sorta di alleggerimento di coscienza- del fatto che la libertà si misuri in base ai centimetri di pelle scoperti. Ma quanto accaduto a Marisa, arriva come uno schiaffo dritto in faccia, e ci riporta alla realtà: la verità è che abbiamo paura di ammettere che il patriarcato stia nuovamente prendendo piede laddove pensavamo fosse sparito, dando per scontato quanto fosse radicato perché “tanto siamo in Occidente“; abbiamo paura forse di ammettere che ci troviamo in una possibile fase di regresso e di caduta? Quindi che fare? Continueremo a chiedere a Marisa di evitare ti mettere la minigonna o ricorderemo a tutti che noi donne siamo la maggioranza della popolazione e che non siamo disposte ad essere la costola di nessuno?

Ana Nitu

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