Quando il 7 gennaio 2015 ci fu l’attentato alla redazione della rivista satirica Charlie Hebdo scrissi un articolo solidarizzando con la redazione del Charlie, e lì tutti d’accordo, tutti Charlie come me.

Ricordo anche tante persone in piazza, anche nella mia città a Catania. Eppure oggi quelle persone che applaudivano la libertà di espressione e soprattutto di satira, sentendosi toccate, si scagliano contro una vignetta di cui sembrano invocare la censura.

Ma oggi come allora forse nessuno aveva capito davvero cosa fosse la satira.

Perché la satira è un’arte difficile da praticare così come da comprendere, perché la satira è animata da uno spirito liberatorio e provocatorio, si scaglia contro tutto e non risparmia nessuno. La satira ama far polemica e non ha paura di far arrabbiare e indignare ed è un’arte libera proprio per questo.

Una vignetta può piacere o non piacere perché non accompagna il nostro gusto politico, etico o anche solo estetico, ma è l’espressione di un singolo che con il tratto veloce e a volte violento sente il bisogno di uscire fuori dagli schemi comunicativi del “politicamente corretto”, e va anche oltre il buon gusto e il sentire comune se lo ritiene necessario.

Io resto convinto di quanto scrissi ormai più di un anno fa, cioè che esprimersi liberamente vuol dire anche avere il diritto di ridere di tutto ciò che vogliamo.

Perché la satira serve anche togliere il sacro, il rituale, ad attaccare i dogmi della società, distruggerne le certezze.

Si può far satira su di un terremoto? Certo, perché no? La satira può prendere in giro papi, tragedie, politici, ricorrenze e tutto quanto possa, insomma, stimolare la fantasia e finanche la cattiveria di chi la produce.

Credo che questo spazio debba esistere e vada tutelato contro gli attacchi di chi ne chiede la chiusura, di chi predica regole per fare la satira “buona” contro la satira “cattiva”, di chi ama scherzare sul prossimo pur di non essere proprio il prossimo, ma nemmeno quello dopo. Insomma impedire che a forza di indossare buoni costumi, non ci resti più nulla da dire tanto ci siamo tappati la bocca.
Cosa volete, d’altronde? Un decalogo di cosa o chi sia possibile o meno prendere in giro? E allora a che serve la libertà di espressione? A difenderci ogni volta che spariamo una fesseria e la rendiamo pubblica oppure a pulirci il deretano con questa ogni volta che qualcuno offende o prova ad offendere chi o cosa per noi è intoccabile?

Credo che vignette come quella di Charlie Hebdo abbiano tutto il diritto di esistere e non vadano mai censurate, spetta poi a noi decidere se essere d’accordo o meno con il loro contenuto. Dopotutto credo che sia molto più fruttuoso cercare di capire cosa vogliano dire quei quattro segni sfusi, piuttosto che lanciarsi contro di essi senza averci pensato su, e ciò soltanto perché qualcuno ha già deciso per noi che quel contenuto è da disapprovare.

Il vignettista dal canto suo si prenda sempre la responsabilità di ciò che ha prodotto: se la satira non deve chiedere scusa, deve anche sapere a cosa va incontro una volta lanciata nel circo mediatico.

Ed è questo forse quello che la satira cerca di ricordarci: essere liberi vuol dire riflettere in autonomia, senza indignarsi a comando e senza predicare il male di chi non la pensa come noi. Oggi molti di quelli che gridavano “bastardi islamici che ammazzano la libertà” sono pronti a dire “bastardi vignettisti vi meritate la morte e non la libertà”.

Io non mi accodo a questa schiera: ero Charlie, sono Charlie, sarò Charlie.

E adesso guardatela in faccia, questa vignetta:

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Antonio Sciuto

2 COMMENTI

  1. quando non si rispetta il dolore della gente che è morta, non si fa satira si fa cattiveria gratuita…è comodo ripararsi dietro l’uniforme della “libertà d’espressione” manifestando la peggior forma di vigliaccheria, sciacallaggio e crudeltà che esseri umani possano manifestare nei confronti dei loro simili. Con la scusa della satira e della libertà e questo dogma che dobbiamo essere liberi sempre di dire tutto, stiamo diventando sempre più insensibili gli uni verso gli altri. Vorrei vedere se l’articolista che ha fatto questo pezzo avesse avuto un parente deceduto in questo sisma, avrebbe difeso ancora a spada tratta Charlie Ebdo e starebbe qui a dire che è e sarà sempre Charlie.

  2. Antonio caro ,va’ a rileggerti la definizione di” satira” e poi prova a riscrivere quest’articolo del caiser. Nel frattempo, con tutta la satira che mi è concessa , ti dico che solo un moccioso ed ebete ,come lo sei tu , può sentirsi “Charlie”. AH , dimenticavo. ….ACCIRET.

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