Il 4 e il 5 settembre scorsi, la città cinese di Hangzhou, sita nella provincia di Zhejiang presso la foce del fiume Qiatang, ha accolto i leader del G20, il forum dei capi di Stato dei Paesi più industrializzati.

Al presidente Xi Jinping il compito di fare gli onori di casa verso ogni ospite, compreso il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che ha approfittato dell’occasione per visitare anche la sede di Alibaba, il colosso dell’e-commerce con sede proprio nella cittadina di Hangzhou.

Il Presidente del Consiglio ha ricevuto, inoltre, le pubbliche lodi da parte di Barack Obama, che si è complimentato con l’Italia per il buon lavoro di governo con riferimento alle riforme inaugurate.

La prima giornata è scivolata via fra protocolli cerimoniali e dichiarazioni programmatiche, come quella dello stesso Xi, che ha rivolto un appello a dare il via ad un nuovo percorso di crescita per l’economia mondiale, con il principale obiettivo della riduzione delle diseguaglianze.

Il mondo – anche quello industrializzato, ha proseguito Xi – risente ancora della crisi del 2008, ed è chiaro a tutti che sono tanti i rischi e molteplici le sfide che dovrà prepararsi ad affrontare, a causa del rallentamento della crescita, della debolezza della domanda, della volatilità dei mercati finanziari e della decelerazione del commercio e degli investimenti.

La ricetta per superare la crisi è, a detta del presidente cinese, la coordinazione fra le politiche monetarie e fiscali dei paesi industrializzati, sostenute da adeguate riforme strutturali tali da offrire gli stimoli giusti all’economia globale, che ha bisogno di confermare la tendenza al dinamismo che, per i più ottimisti, rappresenta ad oggi il segno più tangibile del fatto che il periodo peggiore è ormai alle spalle.

Presente al G20 anche la delegazione dell’Unione Europea, che tramite il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker ha sottolineato la bontà della propria strategia economica, espressa dal trinomio investimenti, riforme e controllo dei conti. Come il presidente Xi, anche Juncker ha esortato gli omologhi presenti a seguire l’esempio comunitario, dando seguito ai piani di crescita già accordati.

Da segnalare un piccolo incidente diplomatico all’arrivo del presidente Obama, accolto senza il previsto tappeto rosso all’atterraggio dell’Air Force One. Come se non fosse bastato, poco prima del summit con il presidente cinese, gli addetti alla sicurezza locali hanno bloccato due dei giornalisti americani che volevano entrare all’interno della sala in cui si sarebbe svolto l’incontro, ritenuti in sovrannumero rispetto a quelli autorizzati.

Inconvenienti a parte, nel corso della prima giornata del G20 Obama ha fatto parlare di sé soprattutto per aver confermato al presidente turco Recep Tayyip Erdogan l’annunciato contributo degli Stati Uniti nell’individuazione dei responsabili del tentato colpo di Stato dello scorso 15 luglio.

Il programma del giorno successivo prevedeva quattro sessioni di lavori, nonché una serie di incontri bilaterali, come quello fra lo stesso Erdogan e il presidente russo Vladimir Putin, di straordinario valore diplomatico, poiché svoltosi nel quadro delle relazioni in passato non sempre idilliache fra i due Paesi.

La seconda giornata di lavoro è stata, per molti versi, meno interessante delle prima, anche perché, a margine dei numerosi incontri bilaterali, ci si attendevano delle prese di posizione più nette e concrete sui problemi che affliggono l’economia mondiale, anziché concisi e generici proclami a medio termine.

Per la cronaca, i leader del G20 hanno diffuso un documento conclusivo del summit in cui si manifesta l’intenzione di agire contro il protezionismo, promuovendo il libero scambio per accelerare la crescita globale.

L’intrinseca debolezza di una simile presa di posizione risiede, probabilmente, nella mancata previsione di limiti di riferimento e concreti obiettivi da raggiungere.

A parziale scusante, va detto che il G20 appena concluso è arrivato in un clima di tensione piuttosto diffusa a causa delle varie crisi internazionali in atto.

Carlo Rombolà

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