«Votare sì al referendum anche per combattere il terrorismo» (Boschi); «se passa, i 500 milioni risparmiati ai poveri» (Renzi); «riforma fatta da una maggioranza raccogliticcia, di trasformisti» (D’Alema); «golpe democratico» (le opposizioni tutte) e per finire quel «sembra la caccia ai Pokémon» (Mattarella) a completare il quadro istituzionale.
E la lista potrebbe essere molto più lunga.

Basta guardare a poche dichiarazioni “estive” del mondo politico per avere la certezza che polemiche e accuse altisonanti di certo non mancheranno neppure da qui al giorno del referendum costituzionale che ci sarà tra qualche mese: tra novembre e dicembre l’Italia sarà chiamata a votare su una storica riforma del suo assetto politico e istituzionale, che potrebbe cambiare forma e pratica della vita politica e segnare la fine definitiva della Seconda Repubblica e, ancora una volta e per responsabilità varie (non solo governative), si parlerà di tutto meno che dei contenuti di quello che potrebbe diventare il nuovo testo della Costituzione Italiana. Ripetiamolo, Costituzione Italiana.
Non è il regolamento condominiale.

Vuoi per rilevanza politica, personalizzazione da parte di Renzi o semplice opposizione ideologica, quella che vivremo nei prossimi mesi sarà una contesa che allargherà le fratture esistenti e non farà il bene del Paese comunque vada a finire, con un dibattito drogato dalle mille e uno strumentalizzazioni messe in campo in questi mesi.
Il legame diretto tra Governo e riforma costituzionale, con la legge votata in aula solo a maggioranza assoluta (e non dei 2/3) e con le opposizioni totalmente contrarie, ha un doppio effetto distorsivo sul processo costituente: in primis finisce per settarizzare l’azione politica, assegnando a una parte (il PD e la maggioranza) un’opera di modifica che per natura dovrebbe coinvolgere  se non tutti i partiti  almeno tutta l’opinione pubblica. Ne risulta, come stiamo tristemente vedendo, che è sempre una parte (per giunta governativa) contro un’altra. Non è l’Italia che sta cambiando Costituzione, è Renzi contro un nemico da individuare di volta in volta: ieri era l’ANPI (e abbiamo scoperto esistere partigiani di serie A e B), oggi D’Alema (allora si dirà che è la vecchia classe politica tornata all’arrembaggio del partito), domani chissà. La conseguenza più pericolosa è un diffuso disinteresse per un processo non sentito e giudicato di importanza secondaria, con un’astensione che secondo l’ultimo sondaggio (EMG per La7 come altri) raggiunge il 46%.

sondaggi referendum costituzionale

In secondo luogo, sebbene Renzi si sia reso conto dell’errore e abbia cambiato strategia comunicativa, la personalizzazione del voto fatta in questi mesi automaticamente ne lega l’esito all’esistenza stessa del Governo, con la conseguenza che in caso di vittoria del No l’Italia si ritroverebbe in piena crisi politica in una congiuntura economica per niente favorevole: non a caso il Wall Street Journal ha definito l’esito del referendum più importante della Brexit per la salute dell’Unione Europea, indicando l’Italia come l’anello debole della crescita continentale. Non solo per gli allarmanti dati economici, che vedono un’Italia a crescita zero allo stato attuale, ma soprattutto per le pericolose conseguenze politiche nel caso non passasse la riforma: dimissioni del Governo dopo la legge di stabilità (dicembre-gennaio) e probabile nuovo esecutivo di unità nazionale  con lo stesso Parlamento delegittimato  non farebbero definire con più sicurezza il quadro politico, con possibili ripercussioni economiche all’orizzonte. Il caricare così tanto la posta in gioco da parte della maggioranza, insomma, avrebbe portato a un vicolo cieco per il Paese: stravolgere la carta fondamentale della Repubblica e sacrificare le garanzie costituzionali sull’altare della governabilità o bocciare la riforma e ritrovarci senza esecutivo (per quanto, si fa notare, la Spagna “ingovernabile” nel 2016 cresce 3 volte più di noi).


La data (che ancora non c’è) e i prossimi step prima del referendum costituzionale

Al di là dei maldestri tentativi di condizionare l’opinione pubblica in modo più o meno lecito, restano due questioni che influiranno sulle future mosse politiche e sullo stesso esito del referendum costituzionale.

La prima riguarda l’individuazione del giorno in cui si andrà a votare, dato non irrilevante se si guarda ai prossimi appuntamenti governativi: dall’8 agosto, giorno in cui la Cassazione ha dato il via libera alla consultazione, il Governo ha 60 giorni di tempo per indicare una data utile, fissandola tra il 50° e il 70° giorno successivo alla decisione. In altre parole, il Consiglio dei Ministri potrebbe ritardare la scelta fino al massimo al 13 ottobre, con il risultato che si voterà in una domenica tra la fine di novembre e i primi venti giorni di dicembre: ragionevolmente 13-20-27 novembre o 4 dicembre.
E se qualche settimana fa tutti, dai giornali allo stesso Presidente del Consiglio, parlavano non a caso di “referendum di Ottobre”, ora è chiara la strategia di allungare i tempi per far arrivare il messaggio al più ampio numero di votanti possibili: tutt’altra storia rispetto a quando, ad esempio, il Governo fissò la data dello scorso referendum sugli idrocarburi nella prima domenica utile (il 17 aprile) per sfavorire la partecipazione al voto.
Questione di interessi.

vignetta natangelo 20 aprile 2016 referendum costituzionale

Soprattutto, e qui veniamo alla seconda questione, la scelta di ritardare il voto incontra la possibilità di condizionare in vario modo il dibattito, sfruttando i prossimi appuntamenti che richiameranno l’attenzione dei media.
Il 4 ottobre è la prima data cerchiata in rosso nell’agenda governativa: la Corte Costituzionale si esprimerà su 6 eccezioni di incostituzionalità nei confronti dell’Italicum, la legge elettorale approvata nel maggio 2015 che prevede un premio di maggioranza elevato (pari al 54% dei seggi) per la lista che ottenga almeno il 40% delle preferenze. Nel caso la Consulta la dichiarasse incostituzionale, il Governo si troverebbe nella paradossale situazione di dover ritornare subito sull’argomento, preferibilmente prima del voto e con la massima urgenza.

Altro capitolo è quello della legge di stabilità, per cui il calendario è già fissato: il Governo dovrà inviare gli obiettivi alle Camere entro il 20 settembre e un documento programmatico di bilancio alla Commissione Europea entro il 15 ottobre, per poi approvare la manovra in toto tra novembre e dicembre. Ritardare il più possibile il referendum costituzionale, così, potrebbe permettere di arrivare al voto con cifre e contenuti del bilancio già chiari e puntare tutto su un forte argomento economico per il, con l’intento di legare a doppio filo crescita e riforma istituzionale: per farlo il ministro Padoan proverà a dare il segno di continuare sulla riduzione delle tasse (si lavora su Ires, Irpef e quattordicesima per i pensionati) come strumento di pressione potenzialmente decisivo, in un momento però nero per l’economia italiana, in cui necessariamente arriveranno anche tagli.

Se si aggiunge anche il caos banche, con l’esecutivo che prima o poi sarà costretto a intervenire sul sistema bancario italiano tout court o quantomeno su MPS, con relativo rischio di crisi di consensi, si comprende davvero il significato politico del referendum e i molteplici interessi in gioco: c’è dentro tutto, dall’assetto istituzionale alla legge di stabilità, e dal modo in cui il governo Renzi saprà giocarsi la narrazione politica dei prossimi due mesi (peraltro all’indomani delle nuove nomine RAI) dipenderà l’esito del referendum costituzionale e la storia a lungo termine della Repubblica.

In un momento storico di massima importanza per l’Italia, ancora una volta il dibattito pubblico si dimostra non all’altezza della sfida che ha di fronte e macchiato ab origine da un populismo ormai fattosi sistema, esempio di quella democrazia del leader ben lontana da qualsivoglia afflato costituente e per natura partecipato. In questo senso sul referendum costituzionale l’Italia ha già perso, comunque vada a finire.

Antonio Acernese

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