Pascoli: la poesia contro la cattiveria umana

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Pascoli

Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna nel 1855: è l’inizio della storia di un uomo che non seppe mai contaminare la sua anima con la cattiveria umana, che non diede mai un briciolo della sua dolce sensibilità in pasto alla rabbia. Un incognito assassino strappò alla sua infanzia il padre, Ruggero, mentre tornava a casa in calesse. Era il 10 agosto 1867 e Pascoli aveva solo 12 anni. È questo l’inizio di una serie di eventi casuali e disastrosi che provocarono la disgregazione del nucleo familiare: dapprima, la perdita dello status economico, in seguito, tra il 1868 e il 1876, morirono la madre e i due suoi fratelli, Luigi e Giacomo. La sua famiglia si ritrovò di colpo radicalmente ridotta: con Pascoli rimasero soltanto le sorelle Ida e Maria, la quale nel suo scritto “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”, dipinge il fratello come un ragazzo allegro, dall’animo vivace, rimasto immutato nonostante i duri colpi della sorte, puro e buono, giacché mai nutrì desiderio di vendetta nei confronti di chi si era macchiato dell’omicidio di suo padre. Rese le sorelle destinatarie di tutto quell’amore che la crudeltà del destino aveva reso privo di oggetto. Durante i suoi studi universitari, che egli poté proseguire grazie alle borse di studio, non smise mai di nutrire senso di colpa per averle lasciate:

“Povere bambine! Sotto ogni parola di quella vostra lettera così tenera, io leggevo un rimprovero per me, io intravedevo una lagrima!”

(3 luglio 1882)

In realtà,  sebbene il trauma infantile non si tradusse mai in rabbia, esso non rimase certo privo di effetti. Dopo i diversi lutti e la decadenza economica familiare, le sorelle divennero le uniche protagoniste di quel microcosmo personale sul quale egli incentrò la sua poesia. Un “nido” che egli tentò, premurosamente e quasi ossessivamente, di proteggere da tutto ciò che ne era estraneo. Ragion per cui non accettò di buon grado la decisione della sorella Ida di sposarsi, di allontanarsi dal “nido” che egli aveva affannosamente rimesso in piedi per costruirne uno nuovo, di guardare al futuro rifiutando di restare intrappolata nella dolcezza di un passato ormai tramontato per sempre.

“Di fatto si determina nei tre che la disgrazia ha diviso e ricongiunto una sorta di infatuazione e mistificazione infantili, alle quali Ida è connivente solo in parte. Per il Pascoli si tratta in ogni caso di una vera e propria regressione al mondo degli affetti e dei sensi, anteriore alla responsabilità; al mondo da cui era stato sbalzato violentemente e troppo presto. […] Il Pascoli difende il nido con sacrificio, ma anche lo oppone con voluttà a tutto il resto: non è solo il suo ricovero ma anche la sua misura del mondo. Tutto ciò che tende a strapparlo di lì in qualche misura lo ferisce; altre dimensioni della realtà non gli riescono, positivamente, accettabili”.

(M. Luzi, a proposito di G. Pascoli)

Ed è proprio all’interno di questa serie di vicissitudini personali che va contestualizzata la sua poetica, quella de Il fanciullino (1867).

“È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi. I segni della sua presenza e gli atti della sua vita sono semplici e umili. Egli è quello, dunque, che ha paura al buio, perché al buio vede o crede di vedere; quello che alla luce sogno o sembra sognare ricordando cose non vedute mai; quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle: che popola l’ombra di fantasmi e il cielo di dei. Egli è quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione. E mi viene in mente che […] ci sia sotto il tuo dire una verità più riposta e meno comune, a cui però la coscienza di tutti risponda con subito assenso. Quale? Questa: che la poesia, in quando è poesia, la poesia senza aggettivo, ha una suprema utilità morale e sociale.”

Quella residua parte infantile che in ogni uomo è uccisa dalla ragione, sopravvive e si fa palese solo nei poeti. Il poeta non è più un ideologo, un vate, un elitario, ma colui che osserva il mondo con lo stupore e la meraviglia degli occhi di un bambino. E si lascia travolgere dal mondo, ne scopre i misteri creando libere associazioni tra ciò che comunemente appare distante, si disfa della razionalità (e quindi del Positivismo) e individua il più profondo senso ultimo della poesia. La poesia è pacificazione sociale, strumento di consolazione, ricostituzione dell’armonia fra gli uomini. La poetica del fanciullino è il comun denominatore delle tre raccolte più significative della poesia pascoliana: Myricae, Poemetti e Canti di Castelvecchio.

  • MYRICAE:

Frammentismo e impressionismo: è questa la contaminazione che sta alla base dei 156 componimenti. Una tecnica frammentaria, “puntinistica”, in quanto gli stessi componimenti si mostrano privi di un centro. Protagonista è il mondo naturale, filtrato dall’ottica soggettiva che lo dipinge come abitato da oscuri significati simbolici. La predominanza dei sensi, in particolare dell’udito, suggerisce l’impressione di una poesia ascoltata prima ancora di essere scritta. Il rimbombo di un tuono, il franare della roccia, la dolcezza di un canto di madre, il rumore di una culla che dondola (Tuono). Il canto di una vecchia, il pianto di un bambino, il rumore lento della neve che fiocca e ancora il rumore del dondolio della culla (Orfano). Il galoppante rumore della morte che giunge veloce attraverso la pianura (Scalpitio). Lo scroscio dell’acqua, i tonfi spessi dei panni, la cantilena delle lavandaie, abbandonate come gli aratri nei campi a maggese (Lavandare). Il canto dell’usignolo, che da voce diventa singhiozzo, e poi pianto di morte (L’assiuolo). E se l’intento iniziale, illustrato nella Prefazione, era quello di raffigurare la natura come paesaggio consolante e rasserenante per il dolore umano, la morte nel corso dell’opera finisce per prendere il sopravvento: essa diventa un’ossessione persecutiva, un tormento. L’incubo mortuario attraversa la natura, la domina. È la sua piccola tragedia infantile che si riversa direttamente su testi quali X agosto: è il cielo, infinito, immortale che con le sue lacrime di stelle inonda quest’atomo opaco del Male. E’ il dolore di essere sopravvissuti. Il senso di colpa per non essere morti che invade il tutto. Tant’è che la raccolta si conclude con l’Ultimo sogno:

Da un immoto fragor di carrïaggi ferrei, moventi verso l’infinito tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi… un silenzio improvviso. Ero guarito.

[…]

Libero!… inerte, sì, forse, quand’io le mani al petto sciogliere volessi: ma non volevo. Udivasi un fruscio sottile, assiduo, quasi di cipressi;

quasi d’un fiume che cercasse il mare inesistente, in un immenso piano: io ne seguiva il vano sussurrare, sempre lo stesso, sempre più lontano.

È l’ultimo sogno di quella malattia che è la vita, dalla quale si guarisce solo morendo. La morte come liberazione dall’ ossessione di vivere perseguitati dal male.

Sonia Zeno

 

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