Frida Kahlo, i colori della passione

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Frida

“Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita. Da bambina, crepitavo. Da adulta, ero una fiamma.”

Un’anima selvaggia e altera, indomita e ardita, recalcitrante a tutto ciò che è ordinario, convenzionale, pedissequo, e cultrice di ferventi passioni, discepola di fervidi sentimenti e pulsioni impetuose, amante della vita sopra ad ogni cosa. Un’anima spaventosamente pantagruelica, arginata da un corpo gracile, lacerato dalle funeste intemperie del dolore subito a causa di un incidente. Questo l’audace temperamento dell’artista messicana Frida Kahlo.

Fin da subito l’arte di Frida si inerpica alla sofferenza; a soli 18 anni, fu trafitta da una sbarra di metallo dell’autobus su cui viaggiava, che la costrinse a rimanere immobilizzata nel suo letto per un lunghissimo periodo di tempo. Armata di un pennello, di uno specchio e di una tela, la pittrice messicana scelse di fuggire dal mondo plumbeo e tetro in cui, in punta di piedi, si stava addentrando, dirigendosi verso dimensioni a lei ancora ignote, seppur meravigliose. Sperimentò, infatti, la tecnica dell’autoritratto, realizzando numerosissimi dipinti, il cui unico protagonista era il suo spirito irruente.

“Dipingo autoritratti perché sono la persona che conosco meglio.”

In essi, imperituro, alita lo spettro di Thanatos, della morte, pervadendo ogni figura con i toni ombrosi del dramma. Un dramma che non incute timore, al contrario abbraccia, non fa avvertire il suo peso lancinante, eppure soccombe sotto i colpi forzosi dell’amore per la vita dell’artista.  Frida non si arrende, con tempra eroica fronteggia la tragedia, stringe amicizia con essa, sprofondandoci dentro e trascinandola in ogni suo quadro. I dolori, del resto, “imparano a nuotare”.

E proprio ne “La colonna rotta”, le crepe rotte della colonna trasudano efferata disperazione, i chiodi conficcati nella pelle infliggono una straziante tortura, così come gli occhi che si bagnano di un pianto leggero, eppure doloroso. La tristezza incalza e sovrasta l’intera effigie, rivelando quale sia l’intensità insopportabile di un supplizio che costringe a rimanere in un letto, in cui l’unica via di fuga è proprio la pittura.

“Non sono malata. Sono in rovina. Ma sono felice fintanto che posso dipingere.”

Frida
“La colonna rotta”, Frida Kahlo

La tranquillità serafica e piatta dell’equilibrio, la sua nascosta sterilità, l’armonia imperturbabile e atarassica non potevano appartenere a chi della passione si nutre e ne fa una solenne liturgia. E proprio i colori forti e decisi, mai sbiaditi o solo accennati, tinteggiarono non solo i quadri, ma anche la vita di Frida. La pittrice, infatti, si innamorò perdutamente di Diego Rivera, l’artista messicano che aveva l’abitudine di distruggere chi amava.

Oscillando tra continui tradimenti e un attaccamento quasi morboso, così fu scandita la tormentata storia d’amore tra Frida e Diego, percorrendo le strade ardue del divorzio, ma pur sempre ricongiungendosi. E proprio in “Le due Frida” si evince chiaramente il conflitto che alberga nella pittrice, al momento della separazione da Diego: la donna di destra, espressione della cultura messicana e amata da Rivera, e quella di sinistra dai tratti europei, ripudiata e tradita dallo stesso pittore. In entrambe le figure è posto in evidenza il cuore, da cui zampilla sangue sulla veste della Frida di sinistra, confessando il suo pungente tormento.

Frida
“Le due Frida”, Frida Kahlo

“Sento che siamo stati insieme fin dal nostro luogo di origine, che siamo della stessa materia, delle stesse onde, che portiamo dentro lo stesso istinto. Tu sei forte, il tuo genio e la tua umiltà prodigiose sono incomparabili e arricchisci la vita; dentro il tuo mondo straordinario, quello che ti offro è solo una verità in più che ricevi e che accarezzerà sempre la parte più profonda di te stesso.”

L’arte di Frida non si ascrive ad uno stile preciso, rifugge dal tentativo di essere ingabbiata tra aridi tecnicismi e vani artifici, al contrario esplora mondi sconosciuti, senza pudore indaga se stessa, spogliandosi di ogni inutile orpello, viaggia tra dimensioni inconsuete e straordinarie, volando tra i meandri sublimi della fantasia.

“Piedi, perché li voglio se ho ali per volare?”

Clara Letizia Riccio

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