Quando si sono manifestati i primi dissapori tutti interni al Movimento, i partiti della vecchia guardia quasi non ci credevano. Anche loro, quelli dei sit-in, quelli dell’uno vale uno, rivelavano che quando sono in ballo nomine, assessorati e questioni di importanza nazionale come le olimpiadi, l’invidualità emerge. L’ultimo derivato del carattere movimentista dei pentastellati si è quindi potuto eclissare, superato dalle necessità: il movimento non è un soggetto unico, ma un insieme di soggettività.

I “cittadini” pentastellati nominati nelle camere hanno così conosciuto in un primo momento le sicurezze e la solidarietà della vita nel piccolo gruppo, dove i legami sono talmente forti da rendere gli individui il gruppo stesso, ma anche così fitti da tramutarsi in lacci, catene.
Poi, con la maturità del Movimento, con le sue dimensioni che hanno raggiunto quasi quelle dell’intero stivale, è sopraggiunto il desiderio di differenziazione.
Il proprio nome accostato al gruppo, non perduto in esso. Il proprio nome riconosciuto, e un ruolo chiaro.
A sentire le ultime dichiarazioni degli attivisti a Cinque Stelle, risulta evidente che non lamentino altro che una mancanza di gerarchie. E la decisione di Grillo e Casaleggio di istituire un direttorio nazionale non fu altro che un provvedimento che veniva incontro a questa mancanza, il primo passaggio dall’epoca del movimento all’epoca del partito.
Una gerarchia non è nient’altro che la solidificazione di una differenziazione di potere, e i cinque membri del direttorio nazionale dal momento della nascita dell’istituzione godettero infatti di maggiore visibilità e maggiori responsabilità politiche, ovvero: maggiore potere.

Si passò dall’omogeneità del movimento, che non prevedeva individualità (ricordiamo in questo senso il primo divieto per gli attivisti di parlare nei talk-show, oggi alla base della costruzione di una personalità politica), ad un movimento eterogeneo e primitivamente stratificato, che prevedeva almeno un manipolo di autorità interne, più autonome rispetto al gruppo, ma non per questo staccate da esso.

Questo preambolo sulle vicissitudini del Movimento come gruppo via via più gerarchizzato deve servirci per comprendere gli ultimi stravolgimenti che il suo co-fondatore Grillo ha messo in pratica per risollevarne le sorti, dopo che l’amministrazione romana di Virginia Raggi si è autoinflitta più di un duro colpo.

È di pochi giorni fa la notizia della fine del mini-direttorio romano, mai messo in grado di lavorare effettivamente e mai depositario di alcun potere reale, come testimonia la fuoriuscita precoce da questo di Roberta Lombardi, forse la pentastellata più potente almeno per rete di conoscenze nella capitale.
Era questo un pool di attivisti di spicco del Movimento, incaricato di aiutare e al contempo sorvegliare l’operato di Virginia Raggi. Di fatto rappresentava più un freno alla preoccupante autonomia inizialmente manifestata dalla sindaca che altro, una istituzione incaricata di impedire nomine agli assessorati troppo personali da parte della Raggi, nomine che invece di fatto sono avvenute, e che oggi sono state largamente modificate secondo le direttive del direttorio nazionale, alla luce di scandali e dimissioni.

Vale la pena sottolineare che il mini-direttorio romano non è però in linea con la crescente gerarchizzazione del Movimento della quale si accennava in precedenza, ma semmai una bugia venduta come tale agli attivisti desiderosi di ruoli specifici e distribuzione di poteri.
La sensazione è che infatti l’istituzionalizzazione del Movimento, il suo divenire sempre di più un partito stratificato, abbia subito una battuta d’arresto per volere di Grillo e del direttorio nazionale, non si sa quanto consapevolmente posizionatosi più dal lato del “garante”, come si definisce l’ex-comico genovese, che da quello degli “uomini d’azione” del movimento.
In breve, dopo la morte di Gianroberto Casaleggio il direttorio nazionale si è sostituito ad esso nella figura di garante, affiancando Grillo, e lasciando un vuoto di potere operativo mai colmato e che per un Movimento attualmente così grande e così potente significa caos.
Cos’altro vorrebbe dire il tour di Alessandro Di Battista in giro per l’Italia per promuovere il NO al referendum, se non che questi non partecipa più in prima linea alla politica locale, e in particolare romana?

Proprio lì dove Di Battista si era maggiormente esposto per supportare Virginia Raggi, oggi il suo apporto è pressoché inesistente, obbligato in parte solo dall’impasse nelle nomine. Il tour è una strategia pubblicitaria teorizzata da garante prima ancora che da attivista, un distacco dai problemi reali del Movimento. L’avrebbe potuto svolgere Beppe Grillo stesso, come infatti accadde in occasione delle arringhe elettorali pre-europee. In questo, Di Battista sembra esserglisi sostituito.
Il risultato di questo contro-ordine, rispetto alla crescente istituzionalizzazione che ci si aspettava, è che il Movimento è spaccato in due: da un lato i garanti, Beppe Grillo, Davide Casaleggio e il direttorio nazionale, dall’altra tutto il resto degli attivisti pentastellati, sindaci compresi, che devono farsi passare in fretta la voglia di autonomia e rispondere al più presto alle linee politiche dettate dai garanti. Potremmo definire questo enorme gruppo di attivisti “gli esecutori”.

Sull’autonomia di Virginia Raggi aveva puntato in primo luogo Matteo Renzi.
Non si è mai prodigato in aspre critiche al suo operato, e vedeva nella forza inizialmente mostrata dalla sindaca, nel suo saper imporre i suoi uomini negli assessorati a discapito della prepotenza dei vecchi del Movimento romano (ricordiamo soprattutto le pressioni della Lombardi), uno spiraglio per una negoziazione del progetto Olimpiadi, che non a caso è stato “tenuto in vita” mediaticamente fino a mercoledì nonostante il rifiuto perentorio da parte di Grillo.

La verità è che le dichiarazioni ambigue di Virginia Raggi in campagna elettorale non erano solamente uno specchietto per le allodole capace di catturare più elettori possibili in vista del ballottaggio.

La sindaca non ha mai nascosto la sua volontà di indire un referendum sulla candidatura, e il suo no è stato più spesso un “non ora” proprio perché il progetto olimpico non era stato del tutto accantonato. Paolo Berdini, difatti, assessore all’urbanistica e fedelissimo della Raggi, aveva formulato una propria proposta alternativa per le Olimpiadi, che quindi a suo avviso andavano fatte, ma con un progetto radicalmente differente dall’esistente.
Il Coni dal canto suo nonostante le prime perplessità si era poi detto interessato a negoziare la proposta olimpica, e l’Huffington Post parla di incontri ufficiosi tra l’organizzazione e la Raggi.

Magari l’ultimo incontro, quello disertato mercoledì, avrebbe potuto sancire una clamorosa apertura, ma siamo nel campo delle ipotesi. Senza dubbio però la mancata discussione con annessa conferenza stampa e slides per spiegare a tutta Italia che Roma non ospiterà i Giochi perché «sarebbe da irresponsabili» è esattamente ciò che i vertici del Movimento chiedevano da tempo a Virginia Raggi, e che lei non aveva mai accettato di mettere in pratica. Una svolta netta che mettesse fine alle illazioni, permettesse di rinfrancare la retorica anti-poteri forti e soprattutto chiarisse definitivamente che la sindaca di Roma segue la linea guida dei garanti in toto.

Oggi Virginia Raggi, senza il mini-direttorio romano, è senza dubbio maggiormente esposta alla direzione dei vertici, con i quali deve necessariamente mantenere un filo diretto.
Marra, a lei fedele, è stato fatto fuori. L’ex-assessore al bilancio e alle partecipate Minenna si è dimesso con motivazioni non proprio chiare, una sorta di moto d’orgoglio per solidarizzare con il capo di gabinetto Raineri, fatta fuori a sua volta per irregolarità ravvisate dall’Anac in merito alla sua nomina.
Sembra che la composizione della giunta Raggi si stia sempre più adattando a quelli che sono i voleri di Grillo e del direttorio, o forse più semplicemente dei già citati vecchi del Movimento romano, in primis della Lombardi ma anche della Taverna.
Di sicuro, la Raggi dovrà lavorare per i prossimi cinque anni con una giunta da lei solo parzialmente nominata.

Valerio Santori
(twitter: @santo_santori)

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