Sequestro dei due italiani in Libia. Il portavoce di Haftar: «C’è la mano di Al Qaeda»

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Il colonello Ahmed al Mismari, portavoce delle forze armate libiche legate al generale e politico Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, avrebbe dichiarato sul portale web Alwasat, che dietro il sequestro dei due tecnici italiani e del canadese della Libya Branch (della piemontese Conicos SpA, Contratti internazionali di costruzioni) vi sarebbe la mano di Al Qaeda. Una tesi immediatamente respinta dal sindaco di Ghat, località a Sud della Libia vicinissima al confine con l’Algeria, che ribadisce sul sito arabo Tuniscope che il rapimento non è ancora stato rivendicato da alcun gruppo criminale, né tantomeno terroristico.

Le notizie riguardo la vicenda sono pochissime. Secondo alcune fonti (non certificate) provenienti da una tv libica, gli occidentali sarebbero stati sequestrati vicino al monte Cahf al-Giunoun da uomini a volto coperto a bordo di un fuoristrada. La città di Ghat dove è avvenuto il rapimento si trova sotto il controllo del governo di unità nazionale di Tripoli, ma la zona desertica del Fezzan è da anni teatro di scorribande di gruppi tuareg e berberi provenienti anche dai territori desertici oltre confine, principalmente dal Mali e dal Niger. Alcuni di questi gruppi sono controllati da Al Qaeda. Sicuramente difficile dopo pochi giorni stabilire la responsabilità di quanto accaduto o prevedere le intenzioni dei rapitori, soprattutto in un territorio come quello del Fezzan, così difficile da monitorare e alla cui guida ci sarebbero diverse tribù delle quali non si conosce quasi nulla, né dei rapporti di potere che intrattengono tra loro né della gestione del territorio che ne consegue.

Per ora non si può che sperare e fare affidamento sulle parole del sindaco Komani Muhammad Saleh che dichiara: «Non neghiamo che Al Qaeda sia attiva nella regione di Ghat e nei suoi dintorni e siamo al corrente della sua presenza, ma affermiamo con certezza che non è Al Qaeda ad aver rapito i due italiani […]. Abbiamo forti sospetti su un gruppo fuorilegge attivo al di fuori della città e con cui non siamo ancora entrati in contatto». Saleh non esclude che questo gruppo possa consegnare gli ostaggi ad Al Qaeda, ma si auspica che l’intelligence riesca a risolvere il caso prima che si verifichi questa ipotesi.

Il sequestro in cui sono stati coinvolti i due connazionali Bruno Cacace e Danilo Calonego ed il loro collega canadese è solo l’ultimo di numerosi “incidenti” dovuti alla difficoltà della gestione di un paese complesso come la Libia. Basti pensare che la scorsa settimana in Libia, in un contesto politico dominato dalla fiducia non ancora concessa dal parlamento al governo di accordo nazionale (sostenuto dall’ONU), il generale Haftar, braccio armato delle istituzioni della Cirenaica, sotenuto da Emirati ed Egitto, ha preso il controllo di quattro terminal petroliferi a est di Sirte (la ex capitale dello Stato Islamico in Libia). I fedelissimi di al-Baghdadi hanno iniziato a realizzare attentati in altre località del paese. Il governo di Tripoli del premier Al Sarraj per la sua offensiva non può che contare su un numero esiguo di truppe sul campo: quasi unicamente sulle milizie di Misurata, che sono ancora impegnate a Sirte, con l’appoggio dell’aviazione statunitense, nella guerra contro l’Isis che in quella città aveva stabilito la sua base.

Sara Bortolati

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Sara Bortolati, classe 1991, diplomata presso il Liceo socio-psico-pedagogico D.G. Fogazzaro di Vicenza e laureata in Filosofia (vittima del 3+2) presso l’Università degli studi di Padova. Attualmente frequento l’ultimo anno di magistrale con la speranza di potermi laureare con una tesi sulla questione di genere, concentrandomi in particolare sull’opera di Butler e Foucault. Amante della fotografia, con un debole per quella analogica su rullini scaduti, onnivora di film, meglio se concettualmente disturbanti o d’essai, devota all’arte contemporanea, alla causa femminista, alla poesia e al caffè. Il tutto condito da una montagna di contraddizioni, sigarette, sogni nel cassetto, fumetti e la voglia, se non di cambiare il mondo, per lo meno di confrontarsi sempre attivamente con esso. Non credo in Dio, non faccio parte di nessuna associazione politica e marcio fiera tra le schiere di coloro che hanno fede nel fatto che cultura e istruzione un giorno possano cambiare il mondo. Allergica alla polvere, al polline e alle menti chiuse e retrograde.

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