Napoli e quei bambini assetati di sangue

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La barba folta ed ispida, il corpo marchiato da tatuaggi, una pistola armata in tasca e lo sguardo vitreo privo di ogni compassione. Si aggirano così, con la sagoma inquietante e un’ombra di morte ad accompagnarli lungo i passi: un po’ fondamentalisti islamici, un po’ criminali siberiani, un po’ gangster sudamericani.

Sono le nuove leve della camorra, una generazione di baby boss che imperversa nei quartieri napoletani come fantasmi rumorosi di un incubo surreale.

Il #brainch della domenicaCari lettori, a noi l’amaro privilegio di assistere al divenire placido del tempo attraverso nuovi modelli che influiscono anche sulla criminalità organizzata: un fenomeno umano, d’altronde, per cui non esente alle stesse dinamiche evolutive che intessono la società del presente e del domani.

Gli osservatori attuali concordano nel ritenere che i durissimi colpi inferti alla camorra nell’ultimo decennio – centinaia di arresti, clan decapitati, dissanguamenti incrociati e pentiti dell’ultima coscienza, da Schiavone a Lo Russo – abbiano sì ferito gravemente l’organizzazione, ma nel contempo abbiano contribuito a disgregare l’ordine costituito, favorendo un nuovo sistema edificato sul caos e la guerriglia urbana.

In un simile contesto va ascritta l’ascesa dei baby boss, ragazzini di appena 13 o 14 anni, cresciuti senza infanzia nella sola e logica convinzione che la criminalità sia l’unico stile di vita perseguibile; sono spesso figli dei vecchi boss finiti in carcere o uccisi, da cui hanno ereditato la mentalità camorristica come un simulacro di fede filiale, ghettizzati nell’utopia marginale di un’esistenza da valorizzare attraverso le imprese criminali.

“Ero in classe con uno di loro”, mi racconta un amico, “presso il polo tecnico Fermi/Gadda. Basso, magrolino, ma circondato da un alone di rispetto che non sapevo spiegarmi. Dopo qualche settimana di scuola sparì nel nulla”.

“Hann arrestat’ ‘o pat’, chill è omm ‘e sistem’, mò adda penza’ iss a’ cas’, fu la risposta che mi diedero quando provai a chiedere spiegazioni, e che mi gelò il sangue”.

Cronache che rasentano la normalità, nella terra infausta bagnata da un sole rosso sangue. Forcella, Scampia, Sanità, Secondigliano: luoghi comuni in cui diventare uno stereotipo è fin troppo facile, prima ancora che sia Saviano ad assurgerlo ai disonori della cronaca.

Napoli è un cuore fertile per chi sceglie di essere l’anti-sistema: perché il sistema non esiste. Lo Stato è una macchietta pulviscolare di moniti e disservizi, del tutto incapace di offrire alternative, o anche solo l’idea di un percorso etico e culturale differente. Chi ci vive e ci combatte conosce gli sforzi necessari a sconfiggere il pregiudizio, prima ancora che i pregiudicati.

“A molti ragazzi di questa città manca il futuro”, affermava l’ex procuratore capo Lepore pochi giorni fa. Nella totale assenza delle istituzioni anche la presenza più eterea acquisisce il ghigno spettrale di una condanna a morte.

I baby boss vivono l’illusoria fugacità della gloria eterna come un’ossessione. Non hanno regole né disciplina, non conoscono alcun codice etico e attendono la morte come una liberazione: è il caso di Emanuele Sibillo, capoclan di una “paranza” di ragazzini finito ammazzato in un agguato a 19 anni, e venerato come una divinità dai suoi parenti e amici.

Tatuaggio camorraLa camorra oggi possiede anche il volto del fanatismo disperato, dell’autocelebrazione, della mitizzazione identitaria: ma dietro le “stese” che gettano nel terrore interi rioni e qualche foto sui social network, continua a macinare guadagni e potere attraverso il commercio di stupefacenti.

“Veramente credete che comandino i ragazzini a Napoli? La realtà è che questi ragazzi, sebbene inconsapevoli, vengono manovrati, gestiti dalla camorra che spostando l’attenzione sui ragazzi fa i propri affari in silenzio: e parliamo di traffici milionari di droga”.

Parole che lo storico boss della Sanità, Giuseppe Misso, oggi pentito, rilascia al Corriere del Mezzogiorno e che piombano come un macigno da una frana di incertezze.

Quelle che seppelliscono la verità sotto una coltre di silenzio e complice rassegnazione.
Quelle che negano ogni più elementare diritto in nome di un’obbedienza cieca e folle.
Quelle che alzano e calano il sipario, come in un colpo di teatro, con i colpi di pistola.

A domenica prossima, lettori cari.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli

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