Curdi: Erdoğan aumenta la repressione dentro e fuori la Turchia

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I combattenti curdi dopo la liberazione di Kobane dall'ISIS, gennaio 2015.

Realpolitik sembra essere la parola d’ordine di un Occidente sempre più complice della politica di Erdoğan. Dopo il fallito golpe militare di luglio tutto gli è concesso, non solo nella violenta epurazione entro i confini della Turchia, ma anche in Siria dove il leader turco ha trovato il pretesto per intensificare la repressione contro il popolo curdo.

A dare il nullaosta all’invasione siriana e a voltare le spalle ai curdi è proprio la stessa comunità internazionale, che da mesi evidenzia la grande importanza delle milizie dell’YPG (Unità di Protezione Popolare) nel contrastare l’avanzata del sedicente Stato Islamico.

Così, con il benestare di Stati Uniti e potenze europee, oltre che della Russia, lo scorso 24 agosto Erdoğan ha iniziato nel nord della Siria l’operazione militare “Scudo dell’Eufrate”, diretta a contrastare le milizie dell’ISIS, ma anche a indebolire le forze democratiche siriane del PYD e i gruppi del YPG, considerate dal sultano organizzazioni terroristiche al pari dei fondamentalisti islamici.

In questa fase la Casa Bianca si trova in una posizione quantomeno ambigua perché appoggia i curdi nel loro ruolo strategico contro l’ISIS, ma dà l’assenso a operazioni militari che vogliono il loro ritiro a est dell’Eufrate. Dopo aver conquistato 98 km di terreno al confine tra Siria e Turchia, infatti, i carrarmati turchi sono ora diretti verso sud, alla città di al-Bab, sotto il controllo di Daesh e nel mirino delle Forze democratiche siriane.

Assediati all’esterno ed epurati all’interno, dunque, in quella che Erdoğan ha definito la «più grande operazione della storia contro il Pkk», che andrà avanti fino a che non sarà morto anche l’ultimo rivoltoso. Le maxi-purghe indette verso i sospettati di gulenismo non risparmiano nemmeno i simpatizzanti alla causa curda: sono 14 mila gli insegnanti sospesi con l’accusa di legami con i “terroristi” curdi e altri 3 mila a rischio, insieme a giornalisti, amministratori locali di partiti filo-curdi e giudici, equiparati ai nemici golpisti.

Intanto, lo scorso 26 settembre, almeno dieci soldati turchi sono stati uccisi a Istanbul da due attacchi dei miliziani del PKK, mentre altri sono morti a seguito di alcuni scontri nella città di Uludere, vicino al confine con l’Iraq.

Dall’inizio dell’insurrezione armata del PKK nel 1984, il conflitto curdo-turco ha causato più di 40 mila vittime. Il leader dei ribelli curdi, Abdullah Öcalan, in prigione dal 1999 e condannato all’ergastolo, ha più volte richiesto l’avvio di negoziati di pace, ma Erdoğan, sostenendo di concedere già pieni diritti ai 15 milioni di cittadini curdi che vivono in Turchia, non ha mai voluto aprirsi a un compromesso. Gli ultimi tentativi di dialogo nel 2012 fallirono a luglio del 2015, aprendo di nuovo a un’escalation di violenza nel sud-est del paese con centinaia di morti e feriti non solo tra i miliziani ma anche tra gli stessi civili curdi.

Una crisi sanguinosa che non riesce a trovare risoluzioni pacifiche, ma anzi sembra volgere verso un inarrestabile inasprimento. Come suggerisce il professor Alon Ben-Meir nell’analisi pubblicata su TPI, Erdoğan dovrebbe appellarsi a un famoso proverbio turco che dice «Non importa quanto sei arrivato lontano lungo una strada sbagliata, torna indietro».

L’unica via d’uscita dal conflitto è quella del dialogo e dei negoziati di pace proposti da Öcalan. Eppure, in questo momento, lungi dal voler ascoltare vecchi consigli popolari, affidandosi alla diplomazia, il leader turco imbocca imperterrito la strada dei carri armati e delle epurazioni. Nessun compromesso, dunque: o la Turchia, pilastro NATO e salvagente occidentale nella crisi migranti, o il sogno curdo. Per ora la scelta degli Stati Uniti e delle potenze europee è chiara: Erdoğan e realpolitik.

Rosa Uliassi

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