Truman Capote: il “brillante maledetto” di New York

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Capote

“Sono un alcolizzato. Sono un tossicomane. Sono un omosessuale. Sono un genio.”

Vena satirica leggera e pungente, tristezza impercettibile eppur penetrante, tenue dolcezza adombrata dallo spettro di un graffiante cinismo, tenera arrendevolezza ai sogni ostacolata dalle sferzanti sprangate di una realtà acerrima e cruda: queste le peculiari caratteristiche dei romanzi dello scrittore statunitense Truman Capote.

Trattenuto sulla scia di una drammatica infanzia, oscillante tra i fumi dell’alcool della madre e il ripugnante menefreghismo del padre, per l’intera esistenza l’autore americano professò sempre il culto degli eccessi, perdendosi nei meandri vorticosi e maledetti di droga, alcool e tediosa vacuità. E proprio la vacuità, da cui perversamente era attratto e che allo stesso tempo denigrava spudoratamente, alitava come un fantasma martellante su di lui, invadendo e appropriandosi della sua vita.

Come un dandy che, sprezzante, osserva la repellente decadenza che si dipana ai suoi piedi, così nei suoi romanzi Capote tratteggia un fedelissimo affresco di quella società americana fin troppo depravata, libertina e dissoluta da cui egli stesso era stato risucchiato. Tuttavia il labirinto seducente e licenzioso dell’insulsa mondanità newyorkese, in cui ormai si era addentrato, mal si accordava con quel mondo ideale, estatico e irrealizzabile, che lui tanto vagheggiava. Il sogno agonizzante, che disperatamente si inerpicava alle fronde di una realtà che lo rigettava, lo inabissava sempre di più, assumeva le forme di una splendida utopia, un paese delle meraviglie che languiva di fronte all’inquietante vanità da cui era attorniato.

E proprio lo schermo di un irriverente cinismo, condito da una delicata tenerezza, galoppa tra le pagine di “Colazione da Tiffany”, testo reso celebre dalla magistrale interpretazione di Audrey Hepburn nell’omonimo film. Come Truman Capote, anche Holly Golightly, “creatura selvatica” e ribelle, conserva un frammento incontaminato di purezza, refrattario alla bieca corruzione e alle brutture del mondo.

“Non amate mai una creatura selvatica. […] Non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuole bene, più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo.”

Capote
Audrey Hepburn in una scena di “Colazione da Tiffany”

Ma è solo con la stesura di “A sangue freddo”, ispirato ad un fatto di cronaca, che l’autore si raffronta con una realtà a lui sconosciuta, che lo induce ad indagare anche su se stesso. In un paesino del Kansas, infatti, due ragazzi uccidono un’intera famiglia di contadini, senza un apparente motivo. E proprio nel Kansas si trasferisce Capote che, turbato e soggiogato da questa vicenda, scruta nell’animo dei due assassini, ponendo l’accento sulla loro intima fragilità, sull’esorbitante sensibilità, non condannando il loro gesto, ma quasi assolvendolo, alla luce della caduca futilità intrinseca della vita.

“Scrivere è stato divertente fino a quando ho scoperto la differenza che esiste tra scrivere bene e scrivere male; in seguito ho fatto un’altra scoperta ancora più allarmante: la differenza tra scrivere bene e la vera arte; è una differenza sottile ma brutale.”

Ed è proprio con “Preghiere esaudite” che si conclude l’iter letterario dello scrittore statunitense. Il romanzo, autocondanna ad una solitudine efferata per Capote, impudicamente sbeffeggia il modus vivendi corrotto e traviato della “New York bene” del ‘900, passando in rassegna attori, politici, magnati e star della tv. Del resto,

“Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”.

Truman Capote si spegne all’età di 59 anni a casa della sua amica Joanne Carson. Tramonta “il Thomas Chatterton moderno: senza dubbio brillante, senza dubbio incandescente, senza dubbio maledetto”.

Clara Letizia Riccio

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