Arabia Saudita: la “rivolta rosa” contro il sistema di tutela

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Arabia Saudita
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«Il sistema di tutela è sempre un incubo. Non voglio sposarmi perché non voglio che un estraneo mi controlli… Essenzialmente, è schiavitù.»
– “Tala”, verso la trentina

«Preferirei che mi uccideste piuttosto che dare all’uomo che abusa di me il controllo sulla mia vita.»
– “Zahra”, 25 anni

«Non hai potere sul tuo corpo… Ti fa sentire nervosa in ogni momento della tua vita. Tutto ciò in cui tu metti così tanto impegno e tempo può finire in un secondo se solo il tuo tutore lo decide.»
– “Reema”, 36 anni

Potrebbero sembrare nomi qualsiasi, considerando la vastità di nomi presenti al mondo, affiancati a dichiarazioni che potrebbero risultare vaghe.

In realtà quei nomi e dichiarazioni appartengono a delle donne, e più precisamente a delle donne dell’Arabia Saudita, che hanno deciso di abolire il sistema di tutela a carico degli uomini, attraverso una petizione consegnata al Governo attualmente vigente nel regno Saudita.

Era già da un po’ di tempo nell’aria la richiesta a gran voce di maggiore emancipazione delle donne saudite. Svariate occasioni, infatti, sono state l’emblema di una maggiore libertà a discapito di un sistema sin troppo maschilista. Un esempio è stata la conquista, per la prima volta nella storia del regno Saudita, del diritto al voto, concesso appena nel 12 dicembre 2015.

In Arabia Saudita oltre 14mila donne chiedono di porre fine al controllo degli uomini sulla loro vita.

Una richiesta dovuta al fatto che in Arabia Saudita le donne debbano avere il “Sì” da parte del tutore – che può essere sia il padre, sia il fratello o figlio nel caso la donna fosse vedova – per affittare una casa, intraprendere cause legali, lavorare, studiare, sposarsi, essere scagionate, viaggiare o richiedere un passaporto. Insomma, il tutore, o anche “guardiano”, ha la capacità di indirizzare, dalla nascita alla morte, la vita delle donne: una vera e propria dipendenza dalla volontà di tale figura.

Questa condizione privilegiata da parte dell’uomo fa sì che i “guardiani”, per acconsentire a qualche richiesta, chiedano in cambio o ingenti somme di denaro o rapporti sessuali. Le donne, invece, per paura finiscono per annullarsi, percependo se stesse come mere burattine o semplici oggetti di svago maschile.

A conferma dell’assurdità di questa condizione che le donne quotidianamente devono subire, è l’assenza di una legge che imponga questo sistema di tutela.

Tale richiesta/rivolta ha subito avuto un gran seguito di consensi, nonostante non tutte le firmatarie abbiano inserito il proprio nome e cognome per il timore di un’infamia sociale. Nonostante ciò, resta un gesto di enorme coraggio che non ha precedenti nel regno Saudita. Un’enorme divulgazione di tale esposto è pervenuta anche grazie a Twitter, che servendosi di un hashtag, tradotto come «le donne saudite vogliono abolire il sistema di tutela», e un bracciale con su scritto «sono la guardiana di me stessa» ha posto all’attenzione tale condizione femminile.

La portavoce della campagna, Aziza al Yousef, ha voluto esprimere il suo stupore in merito, dichiarando in varie occasioni «sono molto orgogliosa di quanto ho ottenuto e non ho paura perché non sto facendo nulla di male».

La questione è stata portata sotto gli occhi di tutti grazie ad un rapporto di Human Rights Watch, tra le prime organizzazioni a trattare tale situazione. Proprio la ricercatrice di Human Rights Watch, Kristine Beckerle, ha definito la mobilitazione delle donne come «incredibile e senza precedenti». Ha  aggiunto: «ero sbalordita non solo dalla diffusione, ma dalla creatività con cui è stata portata avanti. […] è ormai innegabilmente chiaro che le donne non hanno più intenzione di essere trattate come cittadini di seconda classe ed è giunto il momento che il governo saudita le ascolti».

Il governo saudita, anche se con lentezza, sta cercando di apportare modifiche allo statuto al fine di dare maggiore emancipazione alle donne.

È auspicabile che questa sommossa non resti soltanto una chimera, ma che sia un’azione che scateni con veemenza la voglia di libertà e di emancipazione.

Vincenzo Molinari

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Definirsi, delineando i propri confini, è una delle cose più difficili al mondo. Parlerei per ore di svariati temi, ma avere una visione soggettiva di me stesso mi reca alcune complessità. Le uniche cose che so di sicuro sono che ho 19 anni, un metro e settantacinque, capelli scuri, occhi scuri e occhiali; diplomato e aspirante universitario, perennemente critico e relativamente ottimista.

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