USA 2016: alla Clinton il primo round, Trump al contrattacco

Secondo la media dei sondaggi fatta da Real Clear Politics, Clinton in questo momento ha il 42,6% dei consensi contro il 41,1% di Trump, un distacco esiguo che secondo altri rilevamenti neppure esiste.

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Nella notte tra lunedì e martedì, tra Hillary Clinton e Donald Trump, alla Hofstra University di New York, si è svolto il primo dei tre dibattiti televisivi.

L’ex Segretario di Stato si è presentata al dibattito con un leggero vantaggio nei sondaggi e con il peso delle maggiori aspettative, in considerazione anche delle sue precedenti esperienze da First Lady e Segretario di Stato. Trump, dalla sua, aveva tutto l’interesse ad apparire come “presidenziale”, cercando anche di pescare voti tra gli indecisi e nell’elettorato centrista.

Da questo punto di vista, entrambi i candidati sono riusciti parzialmente nel loro intento.

Hillary Clinton ha mantenuto fede alle aspettative e, anche grazie a una preparazione durata diversi giorni, è riuscita a tenere lontani dal dibattito gli argomenti che più facilmente avrebbero potuto metterla in difficoltà, costringendo sulle difensive Donald Trump in diversi momenti.

Trump, da parte sua, è stato in grado di rispondere senza trascendere e, soprattutto sui suoi cavalli di battaglia come il commercio internazionale, è tornato a parlare alla pancia del suo elettorato-chiave, ossia i bianchi della classe media del nord degli Stati Uniti, che hanno visto i propri posti di lavoro svanire sempre di più nel corso degli ultimi anni.

Sebbene anche sul punto non siano mancate le polemiche, che lo stesso Trump ha rilanciato più volte su Twitter, il trend dei sondaggi più affidabili ha attribuito alla Clinton una vittoria abbastanza ampia. Tuttavia, secondo vari analisti politici, difficilmente questo dibattito potrà influire in modo determinante sull’esito della corsa, dato che la situazione, probabilmente, rimarrà simile a quella dei giorni immediatamente precedenti al dibattito, con ulteriore consolidamento dei due candidati nelle rispettive basi elettorali.

Diversamente, la situazione potrebbe modificarsi dopo i prossimi due dibattiti, quando con tutta probabilità Trump passerà all’attacco sui punti più dolenti per la Clinton. Se la questione del mailgate è stata solo approcciata, nei prossimi dibattiti, questa, il sexgate, l’attacco di Bengasi saranno gli argomenti con i quali Trump cercherà di darsi lo slancio finale per la vittoria. Con una controindicazione: sebbene ancora viva nella memoria degli americani, la questione del sexgate si è sempre rivelata un boomerang per chi ha cercato, negli anni, di attaccare la famiglia Clinton attraverso questa.

Pesa, sul punto, anche la considerazione e l’apprezzamento più o meno trasversale che gli americani hanno continuato ad avere per Bill Clinton al termine dei suoi due mandati presidenziali.

Gli attacchi di Bengasi e la questione relativa ai finanziamenti della Fondazione Clinton potrebbero, invece, creare più grattacapi alla Clinton, perché si tratta di tematiche che già in questi anni hanno contribuito ad alienarle simpatie trasversali nell’elettorato.

Peserà, inevitabilmente, anche il giudizio che gli americani vorranno dare sull’eredità di Obama – eredità che il Presidente stesso ha chiesto agli elettori di non disperdere al momento del voto.
Lo stesso Obama non vive un momento facile: il Congresso ha infatti bocciato il suo veto sulla legge che permetterà alle famiglie delle vittime dell’11 settembre di rivalersi sull’Arabia Saudita. Oltre alle conseguenze diplomatiche nelle chiacchierate relazioni tra i due paesi, questo per Obama è stato un «voto politico» e un «grave errore». La legge, caldeggiata dalle famiglie delle vittime, colpisce un alleato cruciale, peraltro mai preso di mira a livello istituzionale da nessuna commissione d’inchiesta sull’attacco alle Torri Gemelle. Nel ragionamento dell’amministrazione in carica, che le strade del terrorismo islamico abbiano degli stretti legami con l’Arabia Saudita non significa necessariamente che il governo stesso ne sia il mandante. Per Obama questa considerazione, accompagnata da un elementare senso di pragmatismo politico, avrebbe dovuto suggerire di non avvelenare i rapporti con un partner mediorientale imprescindibile per gli interessi USA.

In base alla legge, ora, i giudici americani potranno eventualmente ordinare sequestri e congelamenti di beni sauditi in America come risarcimento. Da parte sua, il Regno Saudita ha già minacciato l’eventualità di ritirare i suoi investimenti.

Gennaro Dezio

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