Referendum costituzionale: come rispondere agli slogan renziani

Renzi, ma non solo, ha identificato in pochi slogan, semplici, diretti e impregnati di vile populismo, l'arma efficace per aumentare i voti del SÌ al referendum costituzionale del 4 dicembre. Tra i promotori della riforma anche Roberto Benigni, con il suo slogan «adesso o mai più». Come rispondere a tali inesattezze?

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Referendum costituzionale

Diceva Enzo Biagi che «il bello della democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare».

A tal proposito, stavolta parlo anche io! E poiché vedo molta disinformazione – o almeno confusione – per quanto riguarda il referendum costituzionale del 4 dicembre, e poiché la materia mi sta a cuore, propongo a chi ha poca dimestichezza con il diritto – comunque chiamato a votare, ahimè o per fortuna – una panoramica più semplificata sulla riforma costituzionale.

Faccio un esempio: a mio nonno cosa può interessare della riforma costituzionale se il governo approva la quattordicesima per i pensionati? Poiché i nonni sono tanti, ma in generale i disinformati di più, tutti coloro che sanno qualcosa in più della media sul diritto costituzionale facciano da portavoce alla società. Proprio come farò io con il mio, ma innanzitutto con voi che leggete.

Partiamo dal presupposto che ad un governo, formato in un Parlamento eletto con una legge elettorale incostituzionale – Corte Costituzionale docet – andrebbe bocciata qualsiasi proposta di modifica della Costituzione. Figuriamoci quando un tale governo la stravolge! Perché sì, la riforma della nostra carta costituzionale è stata dettata dal governo. Ma questo, almeno, è un mio parere personale.

Quindi, sarebbe meglio entrare nel merito della questione, immaginando di incontrare un amico da questo momento in poi della vostra vita che vi chieda di votare SÌ al prossimo referendum. L’amico incentrerebbe – quasi sicuramente – la propria esortazione su pochi punti tematici, gli slogan renziani, semplici, diretti e impregnati di vile populismo, quelli che mio nonno apprezzerebbe e ripeterebbe nelle discussioni con i suoi coetanei o con chiunque altro, quelli che si sono evinti dalla pochezza argomentativa dimostrata da Renzi in TV nel dibattito televisivo perso sonoramente da Zagrebelsky, a causa delle eccelse qualità del premier nel vendere i suoi prodotti – in quel caso il prodotto era il SÌ.

Questi punti sono:
1. RISPARMIO;
2. RAPPRESENTANZA DELLE AUTONOMIE;
3. SEMPLIFICAZIONE DEI PROCESSI LEGISLATIVI;
4. GARANZIA DELL’EQUILIBRIO TRA I POTERI COSTITUZIONALI.

Analizziamoli uno alla volta.

1. «Se passa il SÌ, lo Stato risparmia 500 milioni di euro che andranno ai poveri». Come direbbe qualcuno: «cazzata!». Il risparmio che si otterrebbe dalla riforma costituzionale ammonterebbe a circa 50 milioni annui e non ai 500 milioni decantati dalla ministra Boschi e dal premier. E a dirlo non sono certamente io, ma la Ragioneria di Stato, che con la matematica sarà sicuramente più brava di me. Vale a dire, in pratica, che si risparmierebbe più o meno un caffè all’anno per ogni italiano. Ciò perché la gran parte dei costi proviene dalla gestione degli immobili istituzionali, dai servizi e dal personale e non dalle indennità. Addirittura, secondo altre stime, si risparmierebbe nettamente di più mantenendo l’attuale Parlamento e riducendo semplicemente la Camera dei Deputati a 400 e il Senato a 200, per un totale di 600 rappresentanti (ossia 130 in meno ai 730 che si avrebbero con la riforma).

2. «Con il nuovo senato le autonomie avranno maggiore rappresentanza». In realtà è falso! Il motivo è il seguente: i consiglieri e i sindaci, eletti senatori dal proprio Consiglio regionale, sono concretamente rappresentanti di un territorio infra-regionale, perché vengono eletti in circoscrizioni provinciali. Quindi, pochi territori regionali avranno realmente la rappresentanza nella Camera delle autonomie, che, in tal senso, sarebbe meglio definirla «Camera dei localismi». Per semplicità guardo specificamente ad un caso del mio territorio, relativo ai problemi di gestione del Parco Regionale del Matese, in provincia di Caserta e Benevento: se viene trascurato dal presidente della Regione Campania, eletto direttamente da tutto l’elettorato campano, pensate cosa se ne possa infischiare un consigliere-senatore eletto magari in una circoscrizione della provincia di Avellino!

3. «Questo Paese ha bisogno di semplificazione e accelerazione dei processi legislativi». Menomale che ci ha pensato il Financial Times a dire che ciò di cui l’Italia ha bisogno sono meno leggi, ma fatte bene, piuttosto che leggi più rapide e numerose. Basti pensare che, tuttora, il procedimento legislativo è disciplinato all’interno della Costituzione da 198 parole. Nella riforma la materia è disciplinata, invece, da ben 870 parole. Inoltre, analizzando gli articoli 70 e 72 della riforma, risulta che i procedimenti legislativi si siano addirittura moltiplicati – alcuni ne contano circa 10 diversi – provocando, dunque, una maggiore confusione. Per rendervi conto di cosa parlo, provate a leggerveli e poi mi spiegate voi cosa avete capito!

4. L’ultimo punto, cioè quello sulla garanzia dell’equilibrio tra i poteri costituzionali, è quello più importante, nonché il più delicato. È bene introdurre dicendo che ogni Costituzione prevede al suo interno dei corpi finalizzati a bilanciare i poteri del Parlamento e del Governo. Nella nostra Costituzione queste garanzie provengono dalla figura del Presidente della Repubblica e dalla Corte Costituzionale. Dice Renzi: «La riforma costituzionale non dà più poteri al premier». In teoria è vero, perché nessun articolo della riforma costituzionale modifica la parte relativa alla figura del Presidente del Consiglio. In pratica no, perché l’assetto revisionistico voluto da Renzi va a intaccare, nel complesso, i famosi “pesi e contrappesi” di uno Stato democratico, ossia quei bilanciamenti necessari a far sì che una democrazia rimanga tale e non sfoci in autoritarismo. Prima, però, di approfondire il tema dell’equilibrio democratico, ho necessità di aprire una piccola parentesi sulla legge elettorale, voluta sempre dall’attuale governo: l’Italicum. In sintesi, tale sistema elettorale – a due turni – garantirebbe una maggioranza parlamentare a chi ottiene più del 40% dei consensi al primo turno o, eventualmente, a chi vince al ballottaggio al secondo turno. La maggioranza che verrebbe assegnata al vincitore sarà di 340 seggi su 630 totali, vale a dire, quindi, circa il 55%. È chiaro che, con una simile forza decisionale, ogni governo avrebbe la possibilità di individuare, e quindi eleggere, autonomamente, il Presidente della Repubblica (dal settimo scrutinio in poi saranno sufficienti soltanto i 3/5 dei votanti, ossia 220 voti). Ma non solo: con la nuova riforma, la Camera dei Deputati eleggerebbe anche tre giudici costituzionali (mentre altri due saranno eletti dal nuovo Senato) contando sempre ed esclusivamente sulla maggioranza tiranna derivante dall’Italicum. Considerando, poi, che 5 giudici costituzionali sono nominati dal Presidente della Repubblica (e altri 5 dalle supreme magistrature), possiamo affermare che ben 7 giudici costituzionali su 15 – dunque, quasi la metà – sono scelti dal governo. Una vera e propria garanzia!

Infine, ci sarebbe un ulteriore slogan, ripreso recentemente, in maniera indiretta, da Benigni, ma utilizzato da molti altri: «Se non si cambia adesso, non lo si farà mai più!». Dal mio umile punto di vista equivale un po’ a dire: «Questa casa anti-sismica va fatta assolutamente, a prescindere dal fatto che il progettista non sia un ingegnere ma un venditore di panini col kebab». Con tutto il rispetto per i venditori di panini col kebab che mi hanno salvato dalla denutrizione infinite volte.

Alla fine, comunque, ai toscani come Renzi e Benigni – con tutto il rispetto anche per loro – ci ha pensato già lui:

Ho scritto troppo e mi farebbe piacere leggere anche voi nei commenti. Ho tralasciato tante tematiche della riforma, altrettanto importanti, per focalizzarmi su pochi concetti chiave e per rendere la questione più appetibile a tutti (anche a mio nonno!). Concludo dicendo soltanto che ogni voto referendario, ma questo più di tutti gli altri, non dovrebbe subire attribuzione di significati politici. Non bisogna, dunque, andare a votare pro o contro Renzi, l’Unione Europea o la BCE. C’è qualcosa di più importante da salvare. Chiamatela Democrazia, chiamatela Storia, chiamatela Resistenza, chiamatela come volete. Ma votate NO!

«[…] voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete- io ho poco altro da dirvi-, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane» [Calamandrei P., estratto dal Discorso sulla Costituzione, 26 gennaio 1955].

Andrea Palumbo
@paldrea

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