Speranza, Cuperlo, Bersani: le grandi contraddizioni e il poco coraggio

La Direzione Nazionale doveva essere per la minoranza dem il momento della riscossa, la riscoperta di una identità, l’urlo di disperazione, l’ultima battaglia, feroce come dovrebbe esserlo sempre quando si sostiene con convinzione un’idea. Quei militanti che mal vedono questa riforma, che l’hanno osteggiata, aspettavano finalmente di trovare qualcuno che li rappresentasse dopo la formazione del comitato “Democratici per il no”, una dichiarazione di ostilità verso l’attuale segretaria. Sono rimasti inesorabilmente delusi.

Bersani apre il conflitto

Era stato Pierluigi Bersani a far credere che la rottura fosse ormai vicina. Lui, che per tanto tempo aveva votato leggi criticate in nome della “fedeltà alla ditta”, sembrava essere tornato lo “smacchiatore di giaguari”, l’uomo che credeva in tutte le imprese, anche quelle impossibili e mai realizzate. «Se non cambia l’italicum voto no». Lo aveva sostenuto già il 31 agosto, ma nessuno gli aveva creduto, tutti erano convinti che si trattasse solo di una minaccia per mediare, destinata a perdersi. Invece Bersani l’ha confermata alla vigilia della direzione.

Renzi: «Ha votato tre volte sì»

Renzi era apparso subito preoccupato dalla decisione, forse conscio che Bersani è un personaggio ancora gradito alla militanza, quella che alla festa nazionale dell’Unità l’aveva accolto con un coro da stadio: «C’è ancora un segretario». E come sempre ha giocato la carta dell’attacco: «Bersani ha votato tre volte sì». Un argomento che pecca per difetto: l’ex-segretario non lo ha mai nascosto, ma ha anche detto di averla votata per “fedeltà alla ditta”, nonostante le sue preoccupazioni. Quella fedeltà a cui solo lui sembra attenersi.

La Direzione Nazionale

La resa dei conti il 10 ottobre, alla Direzione Nazionale. Quale sarà il risultato della votazione è già evidente: Renzi ha una enorme maggioranza, che non ha mai bocciato neanche una relazione del Segretario. Ma nessuno guarda al voto: quel che conta sono le parole, le minacce. La minoranza dem sembra pronta alla guerra, gli animi si surriscaldano, volano insulti, due militanti insultano Speranza invitandolo ad «andare a lavorare».

Renzi e la mediazione

E alla Direzione compare un Matteo Renzi diverso, stanco e preoccupato. Deve delegittimare la minoranza dem, toglierle argomenti, lasciarla senza alibi. Lo fa subito e con abilità: propone di modificare l’Italicum creando una commissione interna al Partito. Fa cadere così le deboli argomentazioni della minoranza, fondate sul “no” alla riforma costituzionale per i rischi derivanti dalla sua combinazione con la legge elettorale.

Cuperlo: «Servono garanzie»

È Gianni Cuperlo a parlare per primo tra gli esponenti della minoranza. La sola proposta di una commissione è insufficiente: servono garanzie, l’Italicum va modificato prima del referendum (il che sembra difficilmente realizzabile per i tempi e per le difficoltà di trovare un accordo con le altre forze di maggioranza). Promette di votare no in caso contrario, ma anche di dimettersi da parlamentare prima del voto. Una promessa o una minaccia?

Giachetti: «Minoranza contraddittoria»

È Giachetti a dover rappresentare il poliziotto cattivo, a dover rappresentare i malumori e le accuse della corrente renziana, che il Segretario non può mostrare ma che lascia fare al vicepresidente della Camera nella veste di pubblico ministero. Sostiene l’accusa con dovizia di argomentazioni, riporta dichiarazioni, parla di una minoranza confusa e contraddittoria, che aveva sostenuto il Mattarellum, poi lo aveva contestato, poi si era rifiutata di modificare il Porcellum, poi aveva sostenuto un Mattarellum 2.0, si era schierata per il premio di maggioranza e subito dopo contro. Poca coerenza, forse dovuta alle difficoltà per le varie correnti del fronte anti-renziano di trovare una mediazione

Speranza: «Relazione insufficiente»

E che il fronte della sinistra dem sia spaccato sembra dimostrarlo anche il fatto che la stessa mandi a parlare due rappresentanti diversi: Cuperlo per i dalemiani (molto aggressivi) e Speranza per i bersaniani, sempre in cerca di un qualcosa che li legittimi come parte necessaria del partito. Il cavallo dell’ex-segretario sembra però debole, un discorso deludente, una ripetizione di quello di Cuperlo, ma senza promesse di dimissioni. «Cambiamo l’Italicum prima del voto»; «Relazione del Segretario insufficiente». Lui che sembrava poter assumere la figura del leader dopo le dimissioni da capogruppo per contrarietà all’Italicum adesso sembra perso, debole, solo. Il suo discorso cade nel silenzio, poi Renzi ripete tutto quello che ha detto. La parola passa alla Direzione, che conferma la posizione di Renzi: cercare di modificare l’Italicum ma nel contempo non perdere l’occasione di cambiare volto alla Costituzione italiana.

Vincenzo Laudani