Catania, 1840: il 2 settembre  nasceva Giovanni Verga, fautore dell’avvento del romanzo moderno in Italia, indiscusso protagonista (insieme a Manzoni) della nostra letteratura del XIX secolo. Durante i primi studi presso la scuola di Antonino Abate, assorbì i valori del patriottismo e del romanticismo. Aveva solo vent’anni quando Garibaldi guidò lo sbarco dei Mille in Sicilia: è facile dedurre quale impressione dovette provocare l’evento su un giovane educato all’amor di patria. Per tutta la vita, rimase un fedele sostenitore dell’unità nazionale e del Risorgimento. Tutti i valori da lui sposati in età giovanile si trovano condensati nei primi romanzi, che mostrano una lenta e progressiva maturazione del pensiero: da Amore e Patria, scritto all’età di sedici anni, a I carbonari della montagna, scritto a sue spese dopo l’arrivo dei Mille, da Sulle lagune, in cui l’elemento patriottico diventa secondario rispetto a quello amoroso, a Una peccatrice, dove il dato storico sparisce per lasciare posto unicamente ad una storia d’amore, che soccombe alle convenzioni sociali.  Ancora una volta, in pieno Romanticismo, Verga racconta un amore ideale che, pur di arrendersi alla realtà, preferisce la morte.

Dal 1869 al 1872, Verga si trasferisce a Firenze, capitale d’Italia. E’ qui che si realizza il passaggio dalla preistoria alla storia dell’arte verghiana.

La maturazione è rappresentata dal romanzo epistolare Storia di una capinera: subendo gli influssi della letteratura filantropico-sociale, Verga documenta un’ingiustizia sociale, una “storia intima”, come egli stesso la definisce. Se la trama sembra affine a quella di Una peccatrice, la novità risiede nelle scelte formali: per la prima volta, Verga abbandona il ruolo di narratore esterno e onnisciente e sposa il punto di vista della protagonista Maria che, con il suo linguaggio semplice ed elementare, racconta ad un’amica il suo amore per Nino. Tuttavia, il Romanticismo permane nella presenza dell’ideale amoroso rappresentato dal personaggio femminile, un amore che sfiora la follia e preferisce nuovamente la morte: dopo il matrimonio tra Nino e la sorellastra, infatti, Maria si lascia morire.

Dal 1872 al 1893, Verga vive a Milano, capitale economica e letteraria del paese. Qui, a contatto con l’ambiente della Scapigliatura, studia i comportamenti della gente e comprende che il Romanticismo è ormai tramontato e che l’arte rappresenta “un lusso da scioperati” in una società dominata dai meccanismi economici. Qui nascono Eva, Tigre Reale e Eros. Con questi tre romanzi si completa il distacco dal Romanticismo. “In un atmosfera di Banche e di Imprese industriali” che non ha più posto per l’amore, Verga approda tristemente ad un realismo freddo ed oggettivo.

La data della svolta decisiva è il 1877: arriva a Milano Luigi Capuana e si forma un circolo di scrittori che si propone di creare il romanzo moderno italiano, aderendo al programma naturalistico, positivistico, materialistico e deterministico di Zola. Con Rosso Malpelo, ha inizio la fase verista di Verga.

“Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva il capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo”

L’incipit del racconto illustra la tecnica che d’ora in avanti Verga userà, e cioè quella dell’impersonalità. Il suo punto di vista scompare e il testo è filtrato dall’ottica popolare, un’ottica lontana da quella, completamente celata, dell’autore. Ed è con l’ottica dello scrittore-scienziato che Verga sceglie di comporre il suo grande, e purtroppo incompiuto, progetto: Il Ciclo dei Vinti. Sebbene solo i primi due dei cinque romanzi in programma ci siano giunti, essi sono sufficienti per inquadrare il minimo comun denominatore che fungeva da filo conduttore tra tutti. Con I Malavoglia e Mastro don Gesualdo, Verga dà inizio ad un’analisi della realtà che procede dal basso all’alto, dal semplice al complicato, poiché la civiltà insegna all’uomo a mascherare la radice egoista e materiale che pur sempre lo muove. La famiglia Malavoglia, Gesualdo Motta, La duchessa di Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso, sono tutti esponenti di diverse classi sociali, tutti vinti che la fiumana del progresso ha depositato sulla riva, dopo averli travolti e annegati. E se ne I Malavoglia è ancora possibile rinunciare eroicamente al progresso, scegliendo il mondo romantico della Sicilia, condannato dalla storia a scomparire, con Mastro don Gesualdo l’adesione al pessimismo diventa totale: la marea del progresso non offre possibilità di scampo. E sebbene Gesualdo avverta un certo malessere nell’anima, nell’impossibilità di comportarsi diversamente, continua cinicamente a vivere nella fame di successi pubblici che corrispondono ad insuccessi privati. Una lotta di tutti contro tutti, condotta nell’avarizia e nella smania di avere, che si conclude tragicamente nella condanna a vivere nell’insensatezza dell’infelicità, fino alla morte.

“Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui.”

La parabola decadente di un uomo che ha perso la fede nell’amore e nei sogni, uccisi dall’indifferenza del reale e  dalla crudeltà del progresso. Straordinariamente vero, tristemente attuale.

Sonia Zeno

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Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureanda in Lettere moderne, aspira a diventare una docente di letteratura italiana e scrittrice, amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.

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