Pier Vittorio Tondelli: lo scrittore della “giovinezza”

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L’ingordo anelito alla libertà che squarcia gli animi e si insedia in essi, il caos sublime di sensazioni che sbaraglia ogni certezza perentoria e tediosa per spianare la strada al flusso intemperante della vita, l’anarchia onirica dei sensi che, ardenti, traboccano dalle viscere, i dolori caustici ma essenziali della crescita, la “meraviglia del mondo”: questi i toni vividi di cui si tingono la personalità e i romanzi di Pier Vittorio Tondelli.

Nelle opere dello scrittore emiliano, indomita respira la giovinezza, quella giovinezza che non conosce limiti, ma, animata da una sete odissiaca, parte alla scoperta del mondo, e urta contro di esso, si fa male, soffre, piange, eppure non si arresta. È il desiderio che la spinge tra quelle strade non calpestate, quel desiderio che esplora ogni forma di se stesso, dalla profondità raccapricciante degli abissi agli impulsi indomabili delle emozioni, e lo fa addentrandosi nelle terre sconosciute del sesso, dell’alcool, della droga e dei sentimenti puri.

Questo superbo turbinio galoppa tra le pagine di “Altri libertini”. È l’Italia del “riflusso”, svanisce ogni eco dei ferventi anni di piombo, ci si imbatte in una vera e propria crisi politica che sbocca in un vicolo cieco, la speranza, ormai, è solo un lontano miraggio. E proprio sulla scia di questa catartica disillusione, nell’indagine proustiana su se stessi, Tondelli incespica romanticamente in un oceano di pathos: l’amore è patimento, le passioni sono estenuanti e isteriche quasi, tutto si crogiola in un lirico esotismo che non approda ad un porto sicuro, ma naufraga in deliranti eccessi. La solitudine che “si fa pesante, ma è un gioco diverso […] e pungono le ossa e il respiro è davvero brutto, come vivere un trip scannato e troppo lungo”, quella stessa solitudine non lascia scampo e staglia di fronte l’immagine spaurita di se stessi, che non è riuscita a raggiungere quell’ideale di perfezione tanto vagheggiato.

“Vivo solo nel cuore dei miei coinvolgimenti.”

Bersaglio di censura da parte della Procura di L’Aquila, “Altri libertini”, con quel suo stile feroce e a tratti “impressionistico”, diventa il trampolino di lancio per un nuovo modus di fare letteratura di Tondelli.

Tondelli
“Altri libertini”, Pier Vittorio Tondelli

“Dopo avere orecchiato le sirene del postmodernismo, Tondelli immerge la parola in una sorta di lavacro” afferma Giorgio Fontana, e proprio con “Camere separate” si evince l’intimo cambiamento dell’autore emiliano. Romanzo autobiografico, “Camere separate” s’intitola così proprio perché i due protagonisti, Leo e Thomas, pur amandosi, vivono in due camere, a distanza di duemila chilometri l’uno dall’altro.

“Come se la solitudine, quella accettata e rielaborata, avesse costruito, nel cuore dell’individuo, un atlante di percorsi sbarrati, di strade senza uscita, di sensi unici, di dighe, di barriere antisismiche in modo che qualsiasi sentimento o oggetto nuovo abbia un percorso prestabilito, all’interno, per vagare senza arrecare danno.”

La solitudine è la vera scappatoia, perché si è troppo vigliacchi per lasciar le briglie, per abbattere le mura difensive, per lasciare che qualcuno penetri nei nostri segreti più reconditi e se ne impossessi. Così dopo la morte di Thomas, Leo comprende che

“La solitudine impietosisce gli altri. A volte lui sente lo sguardo indiscreto della gente posato sulla sua figura come un gesto di violenza inaudita. Come se gli altri lo pensassero cieco e gli si accostassero per fargli attraversare la strada. Certe premure lo offendono più dell’indifferenza perché è come se gli ricordassero continuamente che a lui manca qualcosa e che non può essere felice. Si vede con un lato del corpo sanguinante, una cicatrice aperta dalla quale è stata separata l’altra metà.”

Tondelli

Pier Vittorio Tondelli muore a Reggio Emilia all’età di 36 anni nel 1991. Tramonta il mito dell'”ultimo romantico”, del libertino, del viaggiatore instancabile, dello scrittore maledetto e disperato. Del resto, come annotò lui stesso, poco prima di morire:

“La letteratura non salva mai.”

Clara Letizia Riccio

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