Battaglia di Mosul: fine o nuovo inizio?

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Battaglia di Mosul
Vignetta del New York Times sulla battaglia di Mosul

La vignetta del New York Times in copertina sintetizza in maniera ironica quella che è la composizione eterogenea delle forze impegnate nella battaglia di Mosul, secondo molti la più importante e quella che potrebbe garantire la sconfitta dell’ISIS in Iraq.

La missione dovrebbe essere a comando statunitense, ma di fatto le truppe schierate, oltre quelle della coalizione internazionale occidentale sono composte da: soldati dell’esercito centrale di Baghdad, peshmerga curdi provenienti dal Kurdistan Iracheno, gruppi paramilitari sciiti sponsorizzati dall’Iran, brigate di cristiani assiri addestrate dagli americani e gruppi di turcomanni sostenuti da Erdoğan che sostiene di voler difendere «i fratelli arabi, turcomanni e curdi di Mosul».

Le principali forze schierate, ossia quelle dell’esercito iracheno e i peshmerga, hanno cominciato l’offensiva il 16 ottobre scorso, conquistando una ventina di villaggi vicino Mosul, città dell’Iraq settentrionale controllata dall’ISIS dal 2014. Sirwan Barzani, comandante dell’esercito del Kurdistan Iracheno, ha affermato che la battaglia, una volta varcata la soglia della città, potrebbe durare anche due mesi, data la sua delicatezza e le complicazioni che potrebbero presentarsi a causa di un peggioramento delle condizioni meteorologiche.

Esiste però un accordo tra i peshmerga e l’esercito iracheno che stabilisce che soltanto a quest’ultimo e alle forze di polizia irachene è permesso entrare nella città di Mosul. L’avanzata dei peshmerga infatti, fino ad ora, aveva interessato alcuni villaggi a minoranza cristiana.

L’entità delle truppe della coalizione non è chiara, data la vastità dei gruppi schierati, come non è in definitiva chiaro nemmeno lo schieramento delle milizie dell’ISIS.
Sui loro canali di informazione, le milizie dello Stato Islamico raccontano che a Mosul è tutto tranquillo, un vero scontro infatti non c’è ancora stato, dato che le milizie della coalizione stanno ruotando intorno al futuro territorio di battaglia.
La preoccupazione però è che l’ISIS possa invece spostarsi verso la Siria, come in parte secondo molti già sta facendo, e quindi arrivare in una zona scoperta militarmente. Sarebbe proprio per questo motivo, ossia per bloccare le vie verso la Siria, che le forze della coalizione avrebbero accettato l’intervento delle milizie sciite sponsorizzate dall’Iran che si trovano vicino la città di Tal Afar.

La paura dei peshmerga è invece quella che le milizie dell’ISIS abbiano creato una rete di tunnel sotterranei in questi due anni di occupazione e che possano quindi usarli per contrattaccare, fomentando una guerriglia urbana contro le forze della coalizione. La popolazione di Mosul, a maggioranza sunnita, potrebbe reputare occupanti le forze della coalizione occupanti e tentare una ribellione. Nel frattanto, lo Stato Islamico, pur perdendo un centro importante, potrebbe spostarsi verso la sua roccaforte siriana: Raqqa.

In realtà, la vera partita si giocherà alla fine di questa battaglia: sul futuro politico di questa regione. Tutte le nazioni che partecipano alla coalizione hanno infatti un preciso obiettivo.

Gli Stati Uniti, mostratisi non troppo incisivi per tutta la durata della guerra e avendo permesso l’ascesa della Russia nella regione attraverso il sostegno al governo di Assad – e secondo molti permettendo il potenziamento dell’ISIS –, avrebbero tutto l’interesse a concludere la missione positivamente prima delle elezioni presidenziali di novembre per raggiungere un traguardo importante in politica estera.

La Turchia, invece, conta di indebolire la sovranità dell’Iraq sulla regione, puntando sulla presenza militare a Bashiqa, vicino Mosul. Da tempo infatti il presidente turco propone di suddividere la regione di Mosul in cantoni differenziati secondo le caratteristiche etnico-confessionali di appartenenza e si identifica come il “protettore” dei sunniti della regione.
Secondo Frédèric Tissot, ex console generale francese, «la Turchia vuole riprendersi la provincia di Mosul, data dalla Società delle Nazioni alla Gran Bretagna nel 1924», ricordando quindi quelli che furono gli accordi Sykes-Picot tra il governo britannico e il governo francese, stipulati dopo la prima guerra mondiale che sancirono la spartizione tra queste due potenze occidentali di Siria, Libano e Palestina, a dimostrazione di quanto queste regioni del mondo paghino ancora lo scotto del colonialismo europeo e di quanto, allo stesso modo, la politica estera di Erdoğan ricalchi quella dell’Impero Ottomano.

Anche il governo di Teheran inoltre, schierandosi a favore delle forze sciite, sembra non escludere totalmente la volontà di imporsi. Di contro, anche il governo regionale del Kurdistan potrebbe avanzare delle richieste per un riconoscimento alla battaglia, i peshmerga potrebbero infatti approfittare della loro presenza nella regione di Kirkurk.

Quella che agli occhi di tutti è la battaglia definitiva potrebbe invece essere il momento decisivo in cui si porranno le fondamenta del futuro di questa regione e del suo popolo, quasi mai citato quando si parla di Medio Oriente. La battaglia di Mosul è il punto di congiunzione tra quello che finora è stato fatto e quello che sarà quando tutti gli eserciti si ritireranno e le luci dei media occidentali si spegneranno.

Sabrina Carnemolla

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