Alternanza scuola-lavoro: Big Mac e multinazionali

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Alternanza scuola-lavoro: Big Mac e multinazionali

Se pensavate che le cose non potessero andare peggio, ecco che la Buona Scuola (definita dal ministro Stefania Giannini come “la miglior riforma fatta dal mio Governo, salutata con favore anche dalle opposizioni“) tocca il punto più basso a cui si potesse arrivare: il Miur ha proposto, infatti, come nuova frontiera dell’alternanza scuola-lavoro, 10.000 posti per le studentesse e per gli studenti su tutto il territorio italiano, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, nel famoso colosso dei fast food McDonald’s.

Le motivazioni? Fare un percorso di alternanza scuola-lavoro di questo tipo servirebbe a perfezionare le soft skills, a relazionarsi con il pubblico e, principalmente, ad avviare un percorso agevolato per entrare nel mondo del lavoro. Gli studenti e le studentesse avrebbero a disposizione nei ristoranti, secondo la campagna ad hoc “Benvenuti studenti” aperta dalla multinazionale, un tutor, e svolgerebbero soprattutto attività di accoglienza e relazione con il pubblico, con l’obiettivo di far apprendere loro le competenze di comunicazione interpersonale, che sono uno dei pilastri portanti per un migliore approccio al mondo del lavoro.

Ma il patto tra il Miur ed il colosso americano ha scatenato molte perplessità. Il Movimento Italiano Genitori (Moige), ad esempio, è preoccupato del fatto che questo possa essere un vero e proprio escamotage per avere persone che lavorano gratuitamente in cucina; il segretario nazionale della Flc Cgil, Mimmo Pantaleo, invece, afferma che “l’esperienza dell’alternanza scuola-lavoro ha bisogno di un tagliando poiché il connotato didattico di questo aspetto della formazione è andato perso” e che “non c’è nessuna coerenza tra un liceo, un tecnico e Mc Donald’s“.

Alternanza scuola-lavoro: Big Mac e multinazionali
Campagna ad hoc aperta dalla multinazionale.

Ovviamente la contestazione è partita subito anche da chi la scuola la vive quotidianamente: secondo quale principio etico-morale (ma anche politico e logico), per rispondere alla dilagante disoccupazione giovanile, agli studenti e alle studentesse viene offerto un posto di lavoro sottopagato e sfruttato in una multinazionale che ha promosso la globalizzazione dello sfruttamento, che non rispetta le norme ambientali ed i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici? Come possiamo pensare di accettare passivamente che il Ministero dell’Istruzione stringa patti con aziende che non rispettano un codice etico e che sono famose per i salari bassi, i ritmi di lavoro massacranti, i part-time obbligati e lo scarso rispetto delle regole di tutela dell’ambiente circostante?

Non ci rimane che tirare un sospiro, e ripensare agli avvertimenti che più volte la popolazione studentesca aveva lanciato alla cittadinanza durante le numerose manifestazioni di questi ultimi due anni di contestazione. Perché quando le multinazionali entrano all’interno del mondo scolastico, ci si rende conto che molto probabilmente, quasi sicuramente, ha ragione chi occupa, chi scende nelle piazze e chi cerca di ribaltare quotidianamente i rapporti di forza all’interno dei luoghi di formazione. Ci si rende conto che, come diceva Abbie Hoffman, “certo, eravamo giovani, eravamo arroganti, eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, ma avevamo ragione“.

Ana Nitu

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