Il Mondo in Questione: Gülen come Bin Laden, voto USA su embargo a Cuba…

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Cari lettori di Libero Pensiero, bentrovati all’appuntamento settimanale con Il Mondo in Questione, la rubrica del sabato che seleziona per voi le news internazionali più interessanti della settimana! Scopriamole insieme:

PREMIO SACHAROV PER LA LIBERTÀ DI PENSIERO 2016: VINCONO DUE DONNE YAZIDE

Nadia Murad e Lamiya Aji Bashar, due giovani Yazide sopravvissute all’ISIS, hanno vinto il Premio SachIl mondo in Questione arov per la libertà di pensiero 2016. Il Premio è stato istituito dal Parlamento Europeo, per la prima volta nel 1988, per chi si distingue in modo eccezionale nella lotta per i diritti umani e per la denuncia della loro violazione. Dopo aver distrutto nel 2014 il loro villaggio curdo al confine con la Siria, i miliziani dello Stato Islamico hanno catturato e torturato le due giovani, per poi utilizzarle come schiave sessuali. Murad è stata la prima a fuggire in Europa, attivandosi immediatamente per liberare le altre donne schiave degli estremisti e divenendo la prima ambasciatrice dell’ONUDC, per la dignità dei sopravvissuti alla tratta degli esseri umani. Aji Bashar, invece, è rimasta più tempo in mano ai terroristi ed è poi rimasta quasi cieca a causa dell’esplosione di una mina durante la sua fuga. Nonostante questo, si è subito attivata per la sensibilizzazione della condizione curda e per dare aiuto a donne e bambini vittime di schiavitù.

PER LA TURCHIA GÜLEN È UN OSĀMA BIN LĀDEN

«Qualunque cosa Osāma bin Lāden rappresenti per gli Stati Uniti e per il popolo americano, Fethullah Gülen lo rappresenta in egual misura per la Turchia e per il popolo turco» ha affermato Bekir Bozdağ, ministro della Giustizia in Turchia. Bozdağ, perfettamil mondo in questione ente in linea con le esternazioni e il piglio del presidente Erdoğan, in occasione dell’incontro con Loretta Lynch, ha ripetuto le accuse nei riguardi di Gülen, sottolineando come la Turchia abbia da tempo fornito alle autorità degli Stati Uniti tutte le prove necessarie a supportare l’accusa nei riguardi dell’ex imam, incolpato di aver ordito il golpe ai danni del governo legittimo. Malgrado il polso fermo della Turchia, gli Stati Uniti continuano a mostrarsi riluttanti nell’accondiscendere alla richiesta dell’alleato NATO, sottolineando che «l’estradizione deve soddisfare gli standard probatori del Paese a cui si fa la richiesta» e con ciò implicitamente affermando di non ritenere soddisfacenti le prove sino a ora fornite circa la colpevolezza di Gülen. Il parallelo operato da Bozdağ tra le figure di Osāma e Fethullah sembra avere lo scopo di sottintendere ancora una volta la presunta azione di protezione operata dagli USA, e più in generale dal blocco europeo, nei riguardi di un terrorista.

STORICO VOTO USA SULL’EMBARGO CONTRO CUBA

Sono 25 anni consecutivi che l’assemblea generale dell’ONU approva una risoluzione che chiede agli USA di revocare l’embargo ai danni di Cuba. Fino ad oggi, però, tali indicazioni non sono servite a nulla, e gli States non hil mondo in questione anno minimamente modificato la propria prepotente politica. Il 26 ottobre forse è arrivato il momento della svolta definitiva. O meglio, la votazione annuale effettuata in questa data ha confermato le sensazioni positive che da tutto lo scorso anno lasciavano presagire una soluzione di questo tipo. Gli USA, per la prima e storica volta, si sono astenuti, non effettuando quindi un voto contrario. La risoluzione come sempre è stata approvata, ma questa volta sembra davvero che possa essere messa in pratica. 191 voti favorevoli e 2 astenuti (Usa e Israele) sono un risultato troppo evidente per non essere preso in considerazione. La mano che non ha premuto il pulsante è quella di Samantha Power, ambasciatrice americana all’ONU, che dopo essersi presa l’applauso di tutta l’assemblea ha dichiarato: «la decisione è motivata dal nuovo corso dei rapporti tra Washington e L’Avana inaugurato dal presidente Barack Obama».

BRASILE, NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI PIÙ MORTI VIOLENTE CHE IN SIRIA 

È impietoso il quadro che emerge dalle statistiche diffuse lo scorso 28 ottobre dall’Annuario Brasiliano di Sicurezza Pubblica: nel Paese sudamericano, duril mondo in questione ante il quinquennio 2011/2015, si sarebbero verificati 278.839 decessi in seguito a reati violenti, come l’omicidio volontario, la rapina e le lesioni personali, mentre in Siria, dilaniata nello stesso periodo dalla guerra civile e dall’ISIS, le morti arriverebbero a 256.124. Il dato, di forte impatto, ha sollecitato diverse questioni in seno al Forum sulla Sicurezza Pubblica, in corso in questa settimana. Sarebbero varie le cause di un simile vero e proprio bollettino di guerra che supera anche il conto delle morti di una guerra vera: povertà, squilibrio nella distribuzione della ricchezza, disagio sociale. Tuttavia, ciò che sarebbe determinante nel causare circa una morte ogni nove minuti in Brasile sarebbe anche la violenza della repressione attuata dalla polizia: quella brasiliana sarebbe infatti tra le più letali del mondo, anche davanti a quella di Honduras e Sud Africa. Peraltro, va sottolineato che anche tra i poliziotti, pure se fuori servizio, il tasso di mortalità sia mediamente molto alto. «Mentre il mondo cerca soluzioni alle tragedie di Aleppo e Damasco, in Brasile la gente fa finta che il problema della violenza non esista», ha detto il Presidente del Forum, Renato Sérgio de Lima.

TUNISIA: LA DIFESA SMENTISCE LE VOCI SULLA PRESENZA DI BASI MILITARI USA SUL PROPRIO TERRITORil mondo in questione IO

Il Ministero della Difesa tunisino ha smentito le voci che circolavano sulla presenza di basi militari statunitensi nel proprio territorio. La notizia era comparsa sul Washington Post. Il giornale americano, infatti, annunciava la presenza di droni che sarebbero stati utilizzati dagli americani nell’ambito del progetto di sicurezza per l’Africa del Nord, luogo in cui si è verificato un incremento del numero delle organizzazioni terroristiche. Le autorità tunisine hanno invece ribadito che la cooperazione militare con gli USA ha per oggetto programmi di addestramento e formazione per il proprio esercito, negando la presenza di basi militari strategiche per un futuro attacco alla Libia.

Hanno collaborato: Sabrina Carnemolla, Rosa Ciglio, Ludovico Maremonti, Valerio Santori, Rosa Uliassi

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