Neanche il tempo di disquisire su Bob Dylan e il premio Nobel per la Letteratura di cui il cantautore statunitense è stato insignito due settimane fa, che la cronaca internazionale informa di una nuova premiazione, forse meno clamorosa ma di certo neanche meno importante, toccata al ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ed al segretario di Stato americano, John Kerry, per il ruolo da loro ricoperto nel raggiungimento dell’accordo sul nucleare, firmato il 14 luglio 2015.

Il riconoscimento è stato offerto dal Royal Institute of International Affairs – detto anche Chatham House – di Londra, che ogni anno premia le personalità del mondo della politica o le organizzazioni internazionali che hanno contribuito a migliorare le relazioni fra gli Stati.

Nel caso di specie, il motivo dell’omaggio risiede nel ruolo ricoperto da Kerry e Zarif nell’ambito dei negoziati sul nucleare, culminati con l’accordo finale – noto anche come Piano d’azione congiunto globale – fra le parti in causa, l’Iran di Rouhani e i cinque paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU – USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito – più la Germania.

L’accordo, a detta della Chatham House, rappresenta una delle opere diplomatiche più importanti di questo secolo, una tipica negoziazione win-win, dove tutte le parti in causa hanno avuto da guadagnare.

A questo proposito, se poteva sembrare scontato che la notizia dell’accordo sul nucleare sarebbe stata accolta con entusiasmo in Occidente, la stessa cosa non si poteva dire per l’opinione pubblica iraniana, che invece ha salutato con soddisfazione la notizia, almeno sul versante moderato e riformista degli organi d’informazione.

Di parere opposto, com’era lecito aspettarsi, la stampa conservatrice, che tuttavia si è dovuta arrendere alla constatazione di come l’operato di Zarif abbia contribuito a promuovere la pace nel mondo, facendo risparmiare al suo paese una nuova epoca di sanzioni.

Il valore simbolico di un simile accordo, in ogni caso, va oltre i risultati dello stesso, poiché celebra l’efficacia del dialogo fra le Nazioni e lancia al mondo un segnale di speranza sulla soluzione dei conflitti ancora in essere.

D’altronde, nessuno avrebbe scommesso alcunché sul raggiungimento dell’intesa fra parti anche molto distanti tra loro, che non hanno dovuto superare soltanto una comprensibile diffidenza, scaturita da anni di sostanziale silenzio diplomatico fra USA e Iran, ma anche un’importante mole di complessità tecniche, che gli esperti hanno dovuto valutare con la massima attenzione.

Dati alla mano, l’accordo sul nucleare si sta confermando un successo anche dal punto di vista applicativo, visto che dall’ultimo rapporto degli osservatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica si evince che Teheran sta rispettando i termini dell’intesa.

Un’altra buona notizia dunque, che giustifica pienamente il riconoscimento della Chatham House e insieme costituisce il migliore degli esempi da seguire anche in altre parti del mondo.

Carlo Rombolà

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