Veysi Altay è nato nel 1975 ad Agri, nel Kurdistan turco al confine con l’Iran, e da 12 anni lavora come fotografo, impegnandosi anche in diverse zone di guerra e più di una volta in Siria. Attivista per i diritti umani, giornalista, curdo, ha per ultimo realizzato il documentario “Nujin” (The New Life) durante la sua permanenza a Kobane, in Siria, mentre imperversava la guerra contro l’ISIS dal settembre 2014 al gennaio 2015. Da sempre “interessato a coloro che resistono”, questa volta porta in scena la resistenza (delle donne) di Kobane contro Daesh.

Dal settembre 2014 al gennaio 2015, gli abitanti di Kobane (e non solo) si sono impegnati in una guerra contro Daesh, difendendo vittoriosamente la città. Tu sei stato lì e hai documentato tutto. Cos’è che ti ha spinto ad andare lì?

Sono arrivato in Rojava prima che iniziasse la guerra e sono rimasto lì fino alla liberazione di Kobane. Sono entrato in Siria di nascosto, perché le autorità turche al confine non facevano passare nessuno, eccetto quelli dell’Isis. E quando sono andato, non sapevo che avrei girato un documentario. Infatti, sono andato lì come curdo e giornalista, perché volevo fare qualcosa, dare il mio contributo alla causa. Sapevo che in Rojava si stava dando vita ad un nuovo sistema e che questi riguardava da vicino il popolo curdo, di cui anch’io faccio parte.

Si trattava della tua prima esperienza come reporter di guerra? Non hai avuto paura?

Non si è trattato della mia prima esperienza, ma della terza e, più nello specifico, era la seconda volta che documentavo una guerra in Siria. Nel 2013, infatti, Al-Nusra ha attaccato per la prima volta il Rojava e anche in quell’occasione io ero lì. In guerra, si sa, c’è la paura e non si può dire il contrario. Anch’io, come tutti, ho avuto paura di morire, ma sentivo di dover rimanere. Se domani dovesse ricominciare la guerra, andrei di nuovo lì e di nuovo avrei paura.

Com’è nata l’idea di fare un film?

In realtà, quando sono andato a Kobane, non sapevo che avrei fatto un film. Io sono andato lì per aiutare e infatti sono arrivato prima che iniziasse la guerra. Ma una volta iniziata, ho cominciato a chiedermi: cosa posso fare? Quale può essere il mio ruolo in questa guerra? Avrei potuto essere tutto ciò che loro mi avrebbero chiesto: cuoco, guerrigliero, giornalista. Una volta lì, però, ho notato che c’era una forte carenza di notizie nei mass media riguardo la guerra a Kobane e ho deciso di fare io da giornalista per far conoscere la verità al resto del mondo. Ogni giorno registravamo qualcosa e mandavamo il lavoro ai giornali. Ma anche allora non sapevo che avrei fatto un documentario. Non sapevo neanche se sarei uscito vivo da quella guerra. Una volta finita, ho voluto rappresentare la resistenza di Kobane attraverso il mio sguardo, per onorare i guerriglieri caduti in guerra. L’80% delle persone intervistate e presenti nel film, infatti, non c’è più. E così è nato “Nujin”.

Il titolo del tuo film, “Nujin”, è in curdo e significa “Nuova vita”. Che significato ha per i curdi?

C’è una cosa da dire sul titolo del film: non l’ho scelto io. Il nome, infatti, è stato dato dai guerriglieri curdi che hanno combattuto contro l’Isis, ma anche contro il governo turco e gli altri regimi autoritari. Siccome era una lotta per sopravvivere e creare un nuovo sistema democratico, il nome è nato da questo. Da coloro che lottavano per creare una “nuova vita”. Per quanto mi riguarda, è stata la resistenza di Kobane a scegliere il nome del mio film.

Jin, in curdo, significa anche “donna”. E le donne, nel tuo documentario, hanno un ruolo molto importante. Cosa ci racconti delle donne nella guerra di Kobane?

Le donne, lì, lottavano e resistevano più di tutti. Si può dire che la Resistenza è stata fatta dalle donne e dai giovani. Le donne erano quelle che combattevano in prima linea e nel mio film faccio vedere al mondo proprio questo. Ad esempio, riporto un’intervista ad una donna che racconta in prima persona la guerra contro l’Isis. È per questo che nel mio film sono così importanti.

Hai incontrato delle difficoltà quando hai promosso il film in Turchia? Quali sono state le principali critiche, se ce ne sono state?

Non so se lei sa quello che stiamo passando noi curdi in Turchia. Ho fatto cinque film in passato e non ho mai chiesto autorizzazioni o permessi allo stato turco. Per quanto riguarda “Nujin”, ha già avuto i suoi primi problemi. Quando stavamo per proiettarlo in Kurdistan, le autorità turche hanno annullato i permessi per le proiezioni. Per questo noi ci siamo arrangiati di conseguenza e abbiamo cercato di proiettarlo dove potevamo, nelle sedi dei partiti e nelle case. Hanno staccato i manifesti dai muri. Ci hanno bucato le gomme delle macchine. A Batman hanno aperto un processo contro il film con l’accusa di propaganda terroristica. Ma siamo comunque riusciti a farlo circolare nel Kurdistan turco. Era ed è questo il mio obiettivo.

Qual è il tuo prossimo progetto? Pensi di tornare in Rojava?

Per il momento, ho in mente di scrivere un libro su Kobane e su tutto ciò che ho vissuto. Un libro fatto in parte di fotografie e in parte delle storie che mi hanno raccontato e che ho visto. Sarà un lavoro sicuramente più importante, che richiede del tempo.

Credi davvero che l’esperimento di Confederalismo Democratico che i curdi stanno portando avanti in Rojava possa avere un futuro nel Kurdistan siriano ed espandersi anche oltre?

Il sistema che c’era prima ha portato sempre la morte, la guerra, l’esilio, la guerra, la violenza sulle donne. È un sistema che non va più. Ma non finisce con la guerra e la violenza, c’è bisogno di qualcosa di nuovo. C’è bisogno di diritti, e non solo per i curdi, ma per tutti i perseguitati – armeni, siriani, etc. Si vuole creare un sistema dove sia possibile governare tutti insieme e democraticamente contro tutti i dittatori che fino ad ora hanno vissuto sul sangue degli altri. È per questo che i curdi stanno lottando. La loro è una lotta giusta e io credo che vincerà. I curdi, intanto, hanno cominciato a discutere con gli altri popoli ed entro tre mesi faranno uscire le loro leggi sui confini del Rojava. So che il Confederalismo Democratico è difficile da attuare, ma se continuiamo così ce la possiamo fare.

Elisabetta Elia

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