Tina Anselmi, prima donna italiana a ricoprire il ruolo di ministro, è morta domenica 31 ottobre a 89 anni.

La Anselmi, oltre ad essere un importante simbolo dell’emancipazione femminile, è anche simbolo della Resistenza e di una classe politica valida. Nata nel 1927 a Castelfranco Veneto, a 17 anni prese parte alla Resistenza prima con il gruppo partigiano Cesare Battisti e poi con il Comando Regionale del Veneto. Laureatasi in Lettere, divenne insegnante elementare e svolse attività sindacale prima con la CGIL e poi con la CISL nel 1950.

Fu eletta nel 1968 alla Camera dei Deputati con la Democrazia Cristiana, divenne Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale per il governo Andreotti del 1976 e Ministro della Salute nel 1978. Durante questo incarico lavorò all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Fu poi presidente della commissione parlamentare della P2, della commissione nazionale per le pari opportunità e a capo della commissione sulle conseguenze delle leggi razziali per la comunità ebraica italiana e infine Presidente dell’Istituto Nazionale per la Storia del movimento di liberazione nazionale in Italia.

La sua militanza cominciò a seguito dell’impiccagione di alcuni ragazzi della sua zona ad opera dei nazisti. Il suo nome in battaglia era Gabriella. Nessuno doveva o poteva sapere delle sue attività di militanza, nemmeno la sua famiglia.

Gabriella era tra le poche donne militanti ed era incaricata di portare materiale e messaggi, di avvisare nel caso in cui vi fossero tedeschi in zona. Una volta, il suo capo le disse «Se ti trovano con questo materiale, devi pregar Dio che ti ammazzino subito», alludendo al fatto che i soldati avrebbero potuto consumare su di lei una violenza sessuale e non solo una punizione corporale come nel caso degli uomini. Quando le chiesero perché avesse rischiato così tanto, lei rispose che non poteva rimanere indifferente di fronte alla «morte barbara e disumana» che il fascismo aveva portato nei suoi luoghi e che fu durante quel periodo della sua vita che capì che «per cambiare il mondo bisognava esserci».

Esserci, in quanto partigiana e in quanto donna. Tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, infatti, Tina Anselmi assunse un ruolo di rilievo nel movimento femminile e giovanile della DC e fu sostenitrice della “svolta a sinistra” del partito. Il suo impegno politico non era legato a nessun incentivo, a mere “quote rosa”, ma a un preciso obiettivo personale di una donna che aveva combattuto per la libertà e la democrazia, che rivendicava il diritto delle donne alla partecipazione politica e che credeva che la qualità della politica potesse migliorare «il giorno in cui ci sarebbero state più donne, accanto agli uomini a gestire il paese».

Esserci, in quanto sostenitrice della memoria, perché l’Italia non doveva, e non dovrebbe, dimenticare il proprio passato perché la «Storia si ripete».

Sosteneva che i giovani dovevano essere informati sul percorso che aveva portato alla nascita della Repubblica, dovevano conoscere il prezzo che lei e i suoi compagni avevano «pagato con la vita, con la tortura, con le tragedie». Si doveva «fare della memoria l’arma pacifica» che permette di non «ripetere gli errori che hanno portato al fascismo» perché: «Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza su quel che vive il Paese, su quel che c’è nelle istituzioni. Noi non possiamo abdicare, dobbiamo ogni giorno prenderci la nostra parte di responsabilità perché solo così le vittorie che abbiamo avuto sono permanenti».

Tina Anselmi con la sua vita, il suo esempio di politica pura, morale, appassionata, ha sicuramente vinto contro il fascismo, contro il maschilismo, contro il pregiudizio, contro il patriarcato storico delle istituzioni. E questo è irreversibile.

Sabrina Carnemolla

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