In occasione del seminario “Le vie delle migrazioni, le vite nelle migrazioni“, che si svolge oggi 3 novembre presso l’Università degli Studi di Salerno, abbiamo intervistato l’organizzatore del congresso, Gennaro Avallone, docente di sociologia urbana e attivista della campagna “LasciateCIEntrare“.

Quali sono state le motivazioni che l’hanno spinta a proporre questo seminario? Di cosa tratterà nello specifico questo evento e quali saranno i temi toccati?

«Le motivazioni prendono forma da un mio percorso di ricerca. Da alcuni anni svolgo ricerca sui processi migratori analizzandoli sotto due aspetti: empirico perché legato al lavoro in agricoltura degli immigrati e richiedenti asilo in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia; teorico perché è dovuto al modo in cui la sociologia studia la migrazione. Tutto ciò si collega a una critica alla sociologia da parte del sociologo algerino Abdelmalek Sayad, il quale invita ad analizzare il fenomeno dell’immigrazione come un fatto sociale totale e autonomo, distaccandosi dal punto di vista dello Stato, il quale può assumere questo fattore esclusivamente come un’integrazione inevitabile in una società. Invece, bisogna porsi il problema di come le persone entrino in contatto con le culture, di come creino relazioni sociali sapendo che non tutti sono necessariamente interessati all’integrazione. Questo seminario vedrà la presenza del fotoreporter e freelance Bledar Hasko. Ci documenterà, dopo un’esperienza sul campo a Idomeni, elementi di vita quotidiana di persone in fuga, le quali si trovano continuamente a dover fronteggiare polizia e mura al confine. Inoltre, si parlerà anche delle rotte balcaniche e delle rotte mediterranee.»

Cosa pensa di quei Paesi, ad esempio la Turchia, che hanno espresso chiara repulsione nei confronti di queste “vittime”, definendole “errori”?

«È un problema di metodo. Bisogna capire come s’imposta la questione traslando dalle scienze sociali alla politica: la questione si può vedere dal punto di vista degli Stati, e quindi di chi ospita, o dal punto di vista di chi scappa. Se la guardo dal punto di vista della politica tutto ciò è solo un problema, rispetto al quale si decide cosa fare. Se la guardo dal punto di vista di coloro che fuggono, non ci sono alternative, dato che devo pensare a delle frontiere che per forza si aprono. Rispetto a chi vive in posti da cui non si fugge, posti in cui c’è la guerra, assumere il punto di vista di chi fugge diventa uno sforzo, uno scarto rispetto alla quotidianità. Questo scarto si può assumere solo se non si guarda la questione dal punto di vista dello Stato, solamente se non si definiscono quelle persone ondate o flussi, ma persone che legittimamente stanno cercando un futuro migliore, libere dalle guerre e libere dalla mancanza di democrazia.»

Rifiuto e solidarietà caratterizzano l’Europa odierna. A suo avviso, cosa potrebbe comportare il diffondersi dell’idea di odio, a scapito dell’accoglienza, nei confronti dei rifugiati?

«Ovviamente questi due punti di vista entrano in conflitto. Conflitto nei territori dove i rifugiati arrivano. In Italia, così come in Europa, è in corso un conflitto su come bisogna sostenere questi processi: c’è chi sostiene queste persone perché ritiene legittimo il loro diritto di fuga e c’è un’altra parte di popolazione che dice no. Se dovesse prevalere la prima idea, l’Europa si proporrebbe come una società che diventa un punto di riferimento per grandi parti dell’umanità. Mentre se dovesse prevalere il secondo punto di vista, l’Europa perderebbe un’occasione storica, mettendo in discussione il proprio futuro di società democratica e il futuro dei suoi stessi Paesi, non solo il futuro di chi sta scappando. Pone o rafforza le condizioni già in atto per costruire una società non più uguale, ma più disuguale; non più giusta, ma più ingiusta; non più democratica, ma anti-democratica. L’occasione che si sta perdendo l’Europa è questa, ossia la possibilità di strutturare una società più giusta, costruita dai suoi abitati e da chi arriva, sostenuta dalla giustizia sociale, sostenuta dall’inclusione, sostenuta dall’uguaglianza, come alternativa positiva e democratica rispetto ad altri territori. L’occasione di co-costruirsi insieme a chi sta scappando. La qualità delle relazioni che si vivranno dipenderanno molto da come si vivrà il rapporto degli immigrati. Come diceva Sayad: le migrazioni svolgono una funzione specchio. Quindi, il modo in cui noi trattiamo gli immigrati è uno specchio del modo in cui noi ci trattiamo o a breve ci tratteremo tra di noi.»

Quanto incidono i recenti atti di terrorismo sulla disponibilità dei cittadini europei all’accoglienza?

Gli attentati terroristici avvenuti in Francia e in Belgio non sono tutto l’Islam. Non è una civiltà che ha in sé la pratica terroristica. È però chiaro che la matrice rivendicata in quegli attacchi è islamica: questo apre un conflitto dentro l’Islam. Bisogna innanzitutto riconoscere che la guerra sta dentro l’Islam. Se non si riconosce questo, e si fanno coincidere gli attentati con tutto l’Islam, è evidente che si produce “l’islamofobia”. Quindi, non è possibile omogeneizzare gli attentati terroristici con tutta la civiltà alimentando odio e inimicizia radicali nei confronti di quella società. Se si alimenta l’odio è chiaro che l’accoglienza diventa sempre più difficile. Chi vuole costruire condizioni favorevoli a un’accoglienza e un futuro senza ostilità radicali deve necessariamente passare per il rifiuto nell’alimentare “l’islamofobia”.

È possibile attribuire parte della responsabilità di questa situazione alle nostre politiche nei Paesi mediorientali?

«Sicuramente c’è una corresponsabilità tra gli Stati firmatari di accordi occidentali e mediorientali. La colpa sta in tutti e due gli attori. Certo è chiaro, considerando i rapporti di forza che ci sono tra l’Unione Europea e gli Stati alla sponda sud del Mediterraneo, c’è una maggiore responsabilità da parte di chi è più forte, perché in quanto tale potrebbe favorire politiche maggiormente rispettose dei diritti umani e dei bisogni umani. L’Unione Europea dovrebbe curare maggiormente i rapporti internazionali. Rapporti curati nel concreto nella necessità di garantire e rispettare i diritti umani. Non firmando accordi con uno Stato come la Turchia, e così riconoscendolo come uno Stato sicuro – uno Stato che ha una storia che va contro i diritti umani, non sicuro nel garantire diritti umani.  Basterebbe tener presente questo per dire che non è il caso di firmare un accordo con uno Stato che ha queste caratteristiche. Però se l’Unione Europea firma un accordo sui migranti con la Turchia vuol dire che lo riconosce come uno Stato democratico. Quindi il problema di maggiore democratizzazione della Turchia, rispetto ai negoziati per l’ingresso nell’Unione Europea, non si pone dato che è a tutti gli effetti riconosciuto Stato sicuro.»

Intervista a cura di Vincenzo Molinari

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