Il ministro turco Çavuşoğlu, nel passato più recente, ha tenuto a precisare che «In Turchia la democrazia sta diventando sempre più forte», tuttavia le azioni delle ultime ore non sembrano rispecchiare tale affermazione. È forse lecito chiedersi se siano gli estranei alla nazione a non comprendere l’azione turca o se sia l’azione turca a non comprendere la democrazia.

Durante la notte del 4 novembre, dodici parlamentari del partito filo-curdo HDP sono stati arrestati con l’accusa di avere legami con il PKK, realtà ostracizzata dal governo di Erdoğan poiché reputata di matrice terroristica – tra i politici coinvolti figurano anche i leader del partito Selahattin Demirtaş e Figen Yüksekdağ. A renderlo noto è stato il Ministero degli Interni turco.

Il partito HDP, oltre a essere considerato filo-curdo, è anche la terza forza della Turchia in termini di consensi alle urne.

Difatti, a seguito dei fermi, vi sono stati immediati scontri con la polizia e tentativi di protesta ad Ankara, Istanbul e Diyarbakir, città a maggioranza curda dove questa mattina è esplosa un’autobomba che al momento ha mietuto nove vittime – le autorità ritengono che il PKK sia il responsabile dell’attentato.

In concomitanza con gli arresti, Turkey Blocks, che monitora le azioni di censura in Turchia, ha denunciato l’impossibilità di effettuare l’accesso ai principali social network: dall’1:20 (ora locale) sono risultati bloccati Facebook, Twitter, Youtube e WhatsApp, mentre sono state registrate restrizioni nell’utilizzo di Skype e Instagram.
È ancora Turkey Blocks a evidenziare la possibilità di un legame tra il blocco dei social e gli arresti dei deputati filo-curdi, sottolineando come questa sia la prima interruzione su scala nazionale dei servizi di messaggistica istantanea. Le notizie più recenti informano circa una lenta ripresa delle normali attività dei social network.

In una nota congiunta, la Mogherini e Hahn hanno espresso la preoccupazione dell’Unione Europea per i suddetti arresti, chiedendo alla Turchia di non valicare il confine tra la tutela della sicurezza e la repressione della democrazia. I leader arrestati vengono definiti come interlocutori affidabili e parlamentari «democraticamente eletti», mentre viene giudicata «legittima» l’azione ai danni del PKK in quanto organizzazione terroristica. La nota si chiude con l’esortazione a garantire la democrazia parlamentare, i diritti umani e lo stato di diritto.

A rendere possibile l’arresto di politici del partito HDP che normalmente godrebbero dell’immunità parlamentare è stata proprio la revoca della stessa per i parlamentari sotto inchiesta – già in occasione dell’approvazione della legge, i filo-curdi avevano manifestato la preoccupazione che questo provvedimento si traducesse in uno strumento di repressione delle opposizioni. Martin Schulz, esternando a sua volta preoccupazione, sostiene che le azioni di Erdoğan «mettono in discussione la sostenibilità delle relazioni tra Ue e Turchia».

«Non accetteremo lezioni da loro sullo stato di diritto» è quanto invece afferma Çavuşoğlu in risposta alle esternazioni dell’UE, accusando tra l’altro diversi Paesi europei di sostenere il PKK. L’agire del ministro in questa circostanza appare simile all’atteggiamento assunto dalla Turchia in occasione delle critiche dell’UE alle drastiche misure adottate a seguito del golpe: ancora una volta, dinanzi a critiche mosse al regime, Ankara risponde accusando alleati e vicini di sostenere il proprio nemico.

Da un lato il PKK, dall’altro Gülen: il governo turco identifica nemici della democrazia ogni giorno.

Mentre ad Ankara venivano vietate le manifestazioni e le riunioni pubbliche sino al 30 novembre per il rischio di attentati terroristici, il 31 ottobre la polizia irrompeva nella sede del quotidiano di opposizione Cumhuriyet con un mandato d’arresto per quattordici giornalisti, compreso il direttore della testata, accusati di avere legami con entrambi i pericoli sopracitati.

La Turchia post-golpe, nonostante i dichiarati intenti volti a tutelare la democrazia, con l’arresto dei membri del partito HDP sembra riconfermare la volontà di reprimere ogni dissenso, costruendo fondamenta sempre più solide per un governo che sia privo di opposizioni.

Rosa Ciglio

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Rosa Ciglio, classe ’90. Allergica ai dogmi, al buonismo e alla ferocia della superficialità, scrive perché convinta che informazione, riflessione e confronto siano tra le fondamenta di una società. Per Libero Pensiero si occupa principalmente di diritti e geopolitica.

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