La cattiva reputazione della canzone d’autore

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Georges Brassens, il Bach dei cantautori secondo Paco Ibanez

Il conferimento del Nobel a un cantautore ha portato David Hajdu a scrivere “Le vecchie categorie di arte alta e bassa stanno collassando da parecchio tempo, ma questo lo rende ufficiale.”

Forse questo è un bene. Per anni la canzone d’autore ha sofferto uno strano destino, simile forse a quello del fumetto d’autore. Non ascoltata da chi cerca canzoni semplici e divertenti, snobbata da chi si dedica alla letteratura seria. Perché leggere “Maus” se si può leggere “Se questo è un uomo”?

Forse, in seguito a questo Nobel, maggiore attenzione verrà dedicata ai cantautori.

La discussa assegnazione del premio può essere utile a gettare luce anche su altri cantautori che non hanno vinto il Nobel. Non importa in che modo. Per esempio, ci sono stati alcuni articoli nei quali si proponevano altri nomi di cantautori papabili per il premio.

Un nome fatto è quello di Leonard Cohen. Il cantautore canadese, del resto, ha cominciato a pubblicare dischi sul finire degli anni sessanta dopo aver esordito a metà degli anni cinquanta come poeta, con l’aiuto dell’amico e mentore Irving Layton. La sua opera ha una sostanziale unità di immaginario (ricorrenti le immagini Bibliche) e di temi (si pensi a quello del “triangolo amoroso”, ricorrente in poesie, nel romanzo Beautiful Losers e nella canzone “Famous Blue Raincoat”).

A evidenziare la qualità dei testi di Cohen, essi sono stati tradotti in diverse lingue. In Italia sono ben conosciute le versioni di De André di Nancy e Suzanne. De André, del resto, non ha mai fatto mistero di ispirarsi ad altri cantautori. Il suo debito più grande è forse quello con il francese Georges Brassens, di cui ha interpretato “Il gorilla” e “Morire per delle idee”.

Brassens viene direttamente dalla poesia. Da letture di Villon, di Verlaine. Ha scritto pezzi pieni di un’ironia che chi ha ascoltato De André conosce bene, come “La mauvaise réputation.”

L’influenza di Brassens si è fatta sentire anche in Spagna, come ammise Paco Ibañez all’introdurre la sua versione de “La Mauvaise Réputation”, definendo il francese il Bach dei cantautori.

Il rapporto di Ibañez con la poesia non è quello di un creatore autonomo. Piuttosto, il cantante spagnolo ha messo in musica tra le più belle poesie in lingua spagnola, passando per Neruda, Gabriel Celaya, Léon Felipe. In questa maniera ha reso accessibili a un nuovo pubblico tantissime composizioni, tra cui anche una poesia del quindicesimo secolo, l’elegia di Jorge Manrique, Coplas por la muerte de su padre.

Sempre nella penisola iberica, ma in lingua catalana, non si può non menzionare Lluis Llach. Cantautore capace di passare dalla malinconica “A la taverna del mar” (a chi scrive, fa ricordare “Le vieux” di Jacques Brel) alla Seferisiana “Viatge a Itaca”, a canzoni più marcatamente di denuncia come “El jorns dels miserables”; la sua canzone più famosa è forse una delle prime, ovvero “L’estaca”. In questa, si parla del canto del nonno Siset (l’avi Siset) che invita il giovane narratore a buttare giù l'”estaca” a cui sono tutti legati. Quando il nonno muore, il narratore continua a cantare al suo posto.

L’estaca divenne un simbolo della lotta alla dittatura franchista e fu tradotta e interpretata in diverse lingue. Tra le varie versioni, spicca quella di Kaczmarski, tanto infedele quanto, a parere di chi scrive, superiore all’originale o, almeno, più complessa.

In “Mury”, infatti non è più “nonno Siset” a cantare una canzone, ma un cantante (śpiewak), presentato come ispirato e giovane (natchniony i młody). La canzone nella canzone è molto simile a quella del nonno Siset. Se Siset diceva di abbattere il palo, il giovane cantante invita ad abbattere i muri. La differenza è che, nell’originale di Llach, il vecchio muore e la canzone continua ad essere cantata dal narratore. Una visione, in fondo, ottimista, in cui avviene un passaggio di consegne e la protesta continua.

Nel caso di Kaczmarski, invece, il cantante non muore, ma il suo destino non è dei migliori. Infatti, viene identificato come nemico dagli stessi che ha ispirato a combattere. La cosa è descritta sinteticamente, mettendo in bocca a chi marcia per le strade “chi sta da solo, lui è il nostro peggior nemico.” e facendo seguire ciò dalla considerazione “e il cantante, anche lui era da solo”.

Brillante anche il cambio di ritornello, dove i “muri”, nei primi due ritornelli, crollano (runą) e, nell’ultimo, crescono (rosną).

Al di là di questa sua nota composizione, diventata l’inno del Solidarność, Kaczmarski è stato autore di profondi testi come Ballada Katyńska, sul massacro di Katyń, Błogosławię zło e Litania.

Abbiamo appena sfiorato diverse regioni del mondo e sicuramente stiamo dimenticando molti nomi. Per l’Italia, basta pensare a Piero Ciampi, Paolo Conte, Ivano Fossati, Gian Maria Testa, Guccini, De Gregori e tanti altri. Per i paesi di lingua spagnola, Pablo Guerrero e Victor Jara. In Francia, come non accennare a Jacques Brel, interpretato, qui da noi, da Gaber e Battiato.

Anche attraverso le polemiche, questo Nobel servirà ad attirare l’attenzione su questo riavvicinamento delle lettere all’oralità che ha avuto il suo culmine proprio nel novecento dei cantautori.

L’importante è che se ne parli. Non volendo per forza inserire un nome o un altro in una top ten o in un genere, quanto piuttosto affrontando i testi dei cantautori (letteratura), il loro modo di stare sul palco (teatro, e viene da pensare in particolare a Brel e a Gaber) e, certo, anche la loro musica.

Luca Ventura

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Luca Ventura nasce a Bologna il 4 novembre 1991. Diplomato al Liceo Artistico, studia Lingue e Letterature Straniere. Ha collaborato con i siti canadausa.net e renonews.it e, come scout letterario, con la rivista on-line acetilene.

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