Obrigado, Felipe (Interlagos 2008-2016)

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Race winner Felipe Massa (BRA) Ferrari on the podium. Formula One World Championship, Rd 18, Brazilian Grand Prix, Race, Interlagos, Sao Paulo, Brazil, Sunday 2 November 2008.

Ogni anno, il 2 novembre, c’è l’usanza per i ferraristi di andare al cimitero. Non ne risenta Totò – a cui ci siamo permessi di rubare un verso – ma Interlagos è un po’ un piccolo cimitero. È a pochi chilometri da San Paolo, infatti, vicino casa della nonna del vecchio Barrichello, che riposano infranti i sogni di un brasiliano con la tuta rossa. Quel brasiliano, Felipe Massa, quest’anno sta correndo le sue ultime gare nel campionato motoristico più importante del mondo. Ha vestito il rosso Ferrari per anni, ha lottato e onorato un sedile che solo a pochi capita sotto al sedere. E soprattutto ha pianto, con la mano sul cuore e l’amaro della sconfitta sulle labbra.

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Chissà se Felipe ci pensi ancora, e con quanta intensità. Nel 2008, a Interlagos, oltre al mondiale che fece di Lewis Hamilton il più giovane campione del mondo fino a quel momento, ebbe fine una tra le parentesi più controverse della storia recente della Formula Uno.

Un’epopea che prese bene o male chiunque, anche i meno avvezzi. Quando c’è da tifare Italia, d’altronde, pur che si tratti della vittoria del singolo, mezzo paese si tinge di rosso e si accomoda beatamente sul divano. Nessuno fece diversamente, tranne Massa. Che quella gara, a casa sua, nel momento migliore dei suoi anni da pilota, non poteva non vincerla. Indipendentemente dalla classifica e dai sette punti di svantaggio su Hamilton, che col vecchio sistema di assegnazione erano davvero tanti.

A quel punto puoi solo nasconderti sotto a un casco e far finta di nulla, spingere il piede sull’acceleratore e dare il meglio di te nella speranza che qualcosa accada. Oggi potremmo stare a pensare a quel due novembre per tante altre ragioni, che possono alternarsi tra l’ultima gara di David Coulthard in F1 (che finì al secondo giro con uno schianto), ai vecchi fasti della Honda, o al talento di Vettel che prendeva il largo.

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Niente da fare, nel nostro profondo essere di parte non potremo che rifarci passare davanti agli occhi sempre lo stesso fotogramma. Un gran premio folle mattato dalla pioggia negli ultimi giri, con Massa che va a vincerlo e Hamilton (sesto) che sembra ormai fuori dai giochi e fuori dal mondiale. Al box Ferrari si festeggia doppio anche grazie al piazzamento di Raikkonen, che assicura così il titolo costruttori al cavallino. Occhio, però, perché a tratti un calo di attenzione può essere fatale. Fatale sì, ma tutt’al più lecito.

Alla terz’ultima curva dell’ultimo giro, e sotto al naso di tutti, Hamilton infila Glock (su Honda), va quinto e vince il mondiale. Andava più lento di un trattore stradale, aveva ancora le gomme da asciutto e nessuno se n’era accorto.

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Felipe Massa perderà il mondiale per un solo punto e per tre sole curve, Timo Glock indirà una conferenza stampa ufficiale per spiegare pubblicamente le ragioni del sorpasso subito e per difendersi dalle accuse dei ferraristi. Forse il miglior Massa di sempre, che si arrese solo alla sorte davanti al pubblico di casa e consapevole che non avrebbe potuto fare di meglio. Mai così devastante e mai così deluso. Un mondiale che – ai più non sfuggirà – fu compromesso anche dallo scandalo dell’incidente che Nelson Piquet, Briatore e Pat Symonds concordarono a tavolino per favorire la rimonta di Fernando Alonso nel gran premio di Singapore. Strategia vergognosa che a suo tempo fu punita e che però costrinse Massa a terminare quella gara senza punti, perdendo terreno per la corsa al titolo. Niente di peggio, insomma, quando a distanza di anni pare che la vicenda non sia stata dimenticata e c’è addirittura chi sostiene che quel gran premio andasse cancellato per sempre. Primo su tutti, lo stesso Massa (per come sono andate le cose).

Quell’anno ha tracciato un solco indelebile negli annuari della F1, che da allora ha cambiato radicalmente aspetto e interpreti. Uno tra questi sta per appendere il casco al chiodo, e per questo sport è sempre stato un esempio di correttezza, umiltà e forza d’animo.

I brasiliani la chiamano Saudade, una specie di nostalgia e malinconia messe insieme che a un certo punto ti fa venire un groppo in gola e ti rapisce lontano nello spazio e nel tempo. Ogni anno a inizio novembre è sempre la stessa storia. Ma questa volta sarà diverso.

Obrigado, Felipe.

(Un’idea di come andò quella stagione non faticherete a farvela, basta cercare qui, e qui).

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: formulapassion.it

 

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