Non chiamateli candidati, per favore: non offrono innovazione, non offrono idee. Chiamateli come è giusto chiamarli: mezzibusti, prestavolto del dannoso.

È bene chiarirlo: Hillary Rodham coniugata Clinton non appartiene certamente al gruppo dei candidati “vincenti e convincenti”. L’avvocato e Segretario di Stato si presenta, anzi, con un profilo debole e che, in democrazie mature ed attente – come quella statunitense dimostra di non essere –, sarebbe la via più diretta per vedersi precludere ogni possibilità di vittoria.

In primo luogo, è doveroso ricordare il rischio del consolidamento del potere: Hillary è già membro dell’amministrazione uscente, nonché moglie di un ex Presidente e parte dell’influente Clinton Foundation. Dopo la dinastia Kennedy e la dinastia Bush, l’inaugurazione di una terza dinastia-familia aprirebbe alla concreta possibilità di logiche clientelari ed al rafforzamento delle lobbies (negli USA istituzionalizzate e legalizzate) che sui Clinton hanno già investito, come il gruppo di George Soros.

Si può poi obiettare che certi candidati valgano meno di altri: se, come dichiarato da Bernie Sanders e dai suoi collaboratori, circa l’80% della piattaforma democratica proviene dal senatore del Vermont e non dalla nominata dem, il problema è sostanziale; la candidata Hillary Rodham Clinton offre allora una proposta politica molto limitata, ed è arrivata alla nomination presidenziale solo perché Hillary Rodham Clinton. Le medesime idee, portate avanti da un candidato quasi sconosciuto, non avrebbero superato l’ostacolo delle primarie, ammesso che vi fossero arrivate.

Altro parametro da considerare sarebbe l’incisività della campagna dei candidati. Nello specifico, basti notare la differenza tra la campagna di Bernie Sanders per le primarie democratiche, che è stata percepita come un tentativo di parlare di politiche, e la campagna pre- e post-nomination condotta da Hillary Clinton: un fiorire di records (la prima donna a vincere la convention democratica, la prima first lady a poter diventare Presidente, la prima donna con concrete possibilità di diventare Presidente) e solo accuse – più o meno sterili – per l’avversario Donald J. Trump, con il grande supporto della ben più carismatica Michelle Obama – a rivendicare l’eredità trasmessa dal marito, Presidente uscente – e, soprattutto, l’aiuto offerto dai grandi ed influenti media liberal statunitensi nell’attaccare la persona di Trump e le attività a lui connesse.
Considerando gli sforzi dei due soli candidati compiuti personalmente, e senza giudicarne le proposte, Trump ha parlato di politica estera, di accordi commerciali, di politica energetica e di economia; Clinton ha parlato di Trump e di Putin. Essendo passati cinquant’anni da quando si parlava quotidianamente di “minaccia rossa” (e russa), le carenze di tematiche paiono ben più evidenti.

Altro fattore del quale tener conto, nel valutare i candidati, sono gli scandali e le inopportunità.
Per Hillary Clinton si parla non solo dei legami con Wall Street (testimoniati tra gli altri qui, qui e qui), ma anche dell’atteggiamento passivo e remissivo tenuto in occasione del sexgate che ha coinvolto a suo tempo il marito Bill durante il di lui secondo mandato e, soprattutto, del mailgate nuovamente sotto la lente federale – ma l’FBI consiglia di non procedere con le accuse – ed i finanziamenti non sempre cristallini alla sua campagna, come quelli provenienti da Erdogan svelati da Wikileaks nel podestagate.
Donald Trump, invece, è coinvolto più in voci di scandali sessuali e nel mancato pagamento di tasse tramite “trucchi” legalmente consentiti, mentre risulta tuttora non provata l’accusa di legami tra Trump e Putin.

Comunque vada sarà un insuccesso: la House of Representatives dovrebbe essere, dalle ultime proiezioni, a leggera maggioranza repubblicana, mentre tutto è incerto per il Senato, che si rinnova solamente per un terzo dei suoi membri. L’ipotesi di un Presidente “anatra zoppa” è tutt’altro che remota, e ciò renderebbe difficile sia l’attuamento dei progetti promessi in campagna elettorale sia una eventuale rielezione del Commander in Chief.

Ciò significa che, indipendentemente dai risultati della notte di martedì 8 novembre, i due grandi partiti saranno costretti a rinnovarsi completamente: se sulla sponda repubblicana i neocon sembrano essere giunti al capolinea, ed i libertari sono sempre più attratti dal Libertarian Party e dal Tea Party, saranno necessari candidati ben più credibili di quelli piazzati per contrastare, senza alcuna efficacia né seria affezione, l’indipendente Trump. Sulla sponda democratica, invece, stante la rinuncia di Michelle Obama sarà necessario recuperare il contatto con la classe media impoverita e rabbiosa e con i giovani che avevano sospinto Sanders alle primarie: alcuni si asterranno, altri si tureranno il naso, altri ancora si disperderanno tra Trump e la candidata del Green Party Jill Stein. Alle spalle, finora, rimangono però i maggiorenti di New York e del Massachussets – zone ricche ed “aristocratiche” per eccellenza – mentre i giovani californiani spingono per la candidata senatrice Kamala Harris.
Ciò che potrebbe contribuire a rimescolare lo scenario sono celebrità che godono di una discreta fama come quella di Kanye West, noto rapper che ha già annunciato la sua candidatura alla Casa Bianca per il 2020.

Simone Moricca

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