Trump presidente USA, le possibili ricadute sull’ambiente

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”Donald Trump ci porterà verso la catastrofe ambientale. Abbiamo bisogno di un presidente che creda nella scienza.” Queste le parole del premio Nobel per la Pace per il suo impegno ambientalista Al Gore che nel corso della campagna elettorale ha dichiarato apertamente di essere a favore della candidata democratica Hillary Clinton.

A preoccupare l’ex vicepresidente americano è lo scetticismo del neoeletto sul tema del cambiamento climatico. Nel 2012 Donald Trump ha definito il global warming una bufala inventata dalla Cina per rendere l’industria manifatturiera americana meno competitiva e a inizio anno ha affermato che in caso di sua vittoria annullerà l’Accordo di Parigi perchè ”è un male per il business Usa e permetterebbe ai burocrati stranieri di avere il controllo su quanta energia usiamo.”

Il repubblicano ha, inoltre, dichiarato più volte di essere fortemente intenzionato a tagliare se non addirittura azzerare la spesa miliardaria degli Stati Uniti per i programmi climatici delle Nazioni Unite e di voler chiudere l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) definendo le loro attività ”una disgrazia”. Egli intende porre fine alla moratoria sui permessi di estrazione del carbone in modo da implementare la produzione di gas naturali e petrolio prodotti sul territorio statunitense.

La paura che una possibile vittoria di Trump possa avere gravi ripercussioni per il clima ha portato la Comunità internazionale a sottoscrivere l’entrata in vigore degli accordi presi a Parigi prima del previsto rendendoli così vincolanti. Ségolène Royal, ministro dell’Ecologia francese e presidente della Cop21 ha spiegato: ”L’Accordo di Parigi vieta qualsiasi uscita per un periodo di tre anni, più un periodo di preavviso di un anno, quindi ci saranno quattro anni stabili”.

Un’eventuale uscita degli Stati Uniti appare, quindi, impossibile, ma in ogni caso non invaliderebbe l’Agreement. Già 96 paesi hanno aderito all’accordo internazionale e pertanto la clausola del 55% delle emissioni mondiali è comunque garantita. Vista l’infuenza a livello mondiale degli USA potrebbero esserci, però, dei ripensamenti da parte dei paesi che non sono ancora passati all’adesione formale come ad esempio la Russia.

Per fortuna Donald Trump sul cambiamento climatico appare isolato escludendo la Polonia e stati europei dell’ex Unione Sovietica. Sul fronte della politica estera possiamo tirare un respiro di sollievo, ma per quanto riguarda le politiche climatiche interne ci sarebbe chiaramente una battuta di arresto. Secondo uno studio Lux Research un’amministrazione Trump causerebbe l’emissione di 3,4 miliardi di tonnellate di CO2 nell’atmosfera in più rispetto a due mandati della Clinton. Nel caso il neoeletto riuscisse a mettere in atto soltanto una parte del suo programma in materia ambientale le ripercussioni potrebbero essere molto gravi.

Vincenzo Nicoletti

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