Soares: la sensibilità di un alter ego inquieto

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Soares

“Era un uomo dall’apparente età di trent’anni, magro, piuttosto alto, esageratamente curvo quando stava seduto ma un po’ meno quando era in piedi, vestito con una cera ma non totale trascuratezza. L’aria sofferente non conferiva maggior interesse al pallido volto dai tratti comuni; una sofferenza di difficile definizione che poteva indicare varie cause: privazioni, angosce, e quel patimento che nasce dall’indifferenza proveniente dall’aver sofferto molto. […] Timidamente mi confidò che, non avendo molte cose da fare né dove andare, né amici cui poter far visita, né passione per la lettura, era solito passare le sue serate, nella sua stanza d’affitto, scrivendo anche lui.”

Così Fernando Pessoa ci presenta l’ultimo degli abitanti della sua mente, Bernardo Soares, che più che un eteronimo è “una semplice mutilazione di me stesso: sono io senza il raziocinio e l’affettività”. La sua mente complessa, la sua anima lesa, tutta la sua vita non vissuta, vuota, sanguinante è racchiusa nelle pagine del suo diario, Livro do desassossego, capolavoro indiscusso del XX secolo, di cui questo romanzo autobiografico illustra la deriva, impossibile da arginare, nel mare del nulla. Perché nel Libro dell’Inquietudine non troviamo eventi, ma soltanto non-eventi. Bernardo Soares è un uomo che sta alla finestra, dalla quale spia la sua Lisboa e la vita, standola a guardare. Niente di più.

“Argonauti, noi, della sensibilità dolente, diciamo che sentire è necessario, ma vivere non lo è”.

È questa la scelta di Soares: il rifiuto di agire e il rifugio nelle sensazioni, nelle percezioni. Un rifugio che però si trasforma in trappola: “ho sbagliato il metodo di fuga”, scrive. Perché, cercando di sfuggire gli eventi del reale, anche un piccolo ed insignificante dettaglio può rivelarsi una potenziale catastrofe. Sensazioni che solo chi “soffre anche quando una nuvola passa davanti al sole” è in grado di comprendere.

“[…] Nell’isolarmi ho esacerbato la mia sensibilità già eccessiva. Se fosse possibile interrompere completamente il contatto con le cose, ciò gioverebbe alla mia sensibilità. Ma quell’isolamento totale non può avvenire. Per quanto faccia poco, respiro, per quanto poco agisca, mi muovo”.

Per Soares, sentire significa vivere. Da qui, quell’inquietudine che è materia della sua anima; materia dell’anima che si estende fino al corpo: “la mia anima è triste fino al corpo. Tutto me stesso mi duole: la memoria, gli occhi, le braccia”.

Un’inquietudine sottile impasta il libro e accomuna i tanti frammenti disordinati che lo compongono. Un’inquietudine che può diventare un grido di dolore, che balza sulla pagina, che colpisce come un pugno in pieno stomaco:

“A tal punto mi spaventa e mi tortura vivere. Sento la vita come apocalisse e cataclisma. Non posso fissare la realtà negli occhi. Perfino il sole mi avvilisce e mi spaventa. Sento il freddo della vita. Tutta la mia esistenza è una cantina umida, una catacomba buia. Qualcosa in me chiede eternamente pietà e piange sulla sua sorte come su un dio morto, senza gli altari del culto… Che l’ora passi e sia dimenticata… Che venga la notte, che cresca, che cada su tutto e non si alzi mai. Che questa anima sia la mia tomba per sempre.”

“Che venga la notte”, ripete spesso Soares. La notte: il sonno come unico momento di sollievo dall’angustia e dalla sopportazione della vita. Perché Soares non può contemplare il suicidio. La profonda tristezza che abita in lui è sintomatica di un amore morboso ed ossessivo per la vita, con i suoi innumerevoli addii:

“Abbandono sempre ogni cosa con esagerata commozione. La povera stanza d’affitto dove ho passato alcuni mesi, il tavolo dell’albergo dove sono stato sei giorni, perfino la triste stazione dove ho speso due ore aspettando il treno: sì, le cose buone della vita mi fanno male in modo metafisico quando le abbandono e penso, con tutta la sensibilità dei miei nervi, che non le vedrò né le avrò mai più. I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia”.

Perché nel rifiuto di una vita profondamente angosciata dalla solitudine, “traboccando di orrore” verso tutto ciò che è altro da sé e che pertanto risulta banale, nauseante ed oltraggioso, scorgiamo la presenza di un ricordo dolcemente doloroso: “nell’aridità umana del suo cuore”, Soares ammette a volte di “essere diverso, di piangere lacrime calde, come quelle di coloro senza né madre né padre e gli occhi bruciano dentro il cuore”.  Una madre morta troppo presto per essere ricordata, un padre lontano e suicida.

“Chi mi ha stretto a sé quando ero bambino, non mi poteva stringere contro il cuore. Lei era lontana, in una tomba. […] Mi hanno detto che mia madre era bella e dicono che quando me l’hanno detto io non ho parlato. Ero già cresciuto nel corpo e nell’anima, inetto nelle emozioni”.

L’inettitudine, ciò che accomuna geni e pezzenti. E così, immerso in un tedio senza scampo e disgustato dalla vita come da un’inutile medicina, sopraggiunge la gemella della sua inquietudine: la stanchezza. E l’arrivo della notte, del sonno come momento di tregua, come istante in cui non si è e nemmeno si è mai stati, diventa l’unico desiderio ammissibile. Un sonno che però non arriva mai e si trasforma in un tormento, perpetuo e latente. Un desiderio vano ed irrealizzabile. L’urlo disperato che si manifesta sulla soglia della pazzia:

“HO SONNO, MOLTO SONNO, TUTTO IL SONNO”.

Sonia Zeno

 

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