Alea iacta est. Dopo una breve parentesi di crisi dovuta all’opposizione della Vallonia, il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) è riuscito a trovare la via di fuga dal labirinto diplomatico dentro cui ancora naviga da mesi il TTIP, avvicinandosi col vento in poppa alla concretizzazione.

Iniziati nel 2009, i negoziati per il più grande accordo di libero scambio che l’UE abbia mai stipulato si sono conclusi nel 2014, quando è partito il lungo processo di approvazione. Finalmente il 30 ottobre, il premier canadese Justin Trudeau, il capo della Commissione UE Jean-Claude Junker, il presidente del Consiglio UE Donald Tusk e Robert Figo, al turno della presidenza nel Consiglio Europeo, si sono incontrati per siglare la firma definitiva tra le parti, dando avvio all’ultimo step dell’iter legislativo. Dopo la ratifica di tutti i singoli Stati membri dell’UE, infatti, il CETA sarà realtà.

Anche se l’accordo è rimasto sostanzialmente intatto, l’ostruzionismo del parlamentino della Vallonia ha raccolto i suoi modesti frutti, riuscendo a introdurre, in più di dieci giorni di pressioni diplomatiche, tre «dichiarazioni interpretative» giuridicamente vincolanti, riguardanti il settore agricolo, la protezione sociale dei cittadini e i tribunali arbitrari. Era soprattutto questo ultimo punto a scatenare le resistenze più importanti da parte dei parlamentari fiamminghi: il sistema di Investor-state dispute settlement (ISDS), che permette alle grandi aziende di trascinare i governi in tribunali speciali – costituiti da gruppi privati di esperti in materie economiche – nel caso in cui si ritenessero discriminate dagli enti locali o nazionali per via di politiche contrarie ai loro interessi.

Per i critici di questa clausola, gli ISDS, che si applicherebbero a 21 dei 28 paesi dell’Unione Europea, tra cui Francia e Germania, rischiano di compromettere la capacità dei singoli Stati di controllare i mercati e di proteggersi dagli abusi delle multinazionali. Il compromesso ottenuto dalla Vallonia, invece, introduce la possibilità di sostituire gli arbitrati dagli Investment court system (ICS), ovvero tribunali permanenti formati da giudici non più privati, ma scelti dagli Stati.

Riguardo alle ultime fasi del percorso di approvazione, Donald Tusk si è dichiarato «cautamente ottimista». Dopo la firma del 30 ottobre un primo punto fermo sull’accordo è stato posto, ma ancora «tutto può accadere, perché viviamo in democrazia ed è bene che sia così». Il clima che si respira nell’opinione pubblica, infatti, non è affatto pacificato: non sono mancate le proteste davanti alla sede del Consiglio, da parte di alcuni manifestanti vestiti con tute bianche, che hanno cercato di entrare dentro il palazzo per interrompere l’incontro tra i leader delle parti.

Federica Mogherini ha definito il CETA un «accordo molto importante e avanzato» e la prossima settimana è previsto un incontro in Senato per analizzare nel dettaglio il testo del trattato. I sostenitori dell’intesa promettono vantaggi commerciali per 5,8 miliardi di euro l’anno e un risparmio per gli esportatori europei di 500 milioni di euro l’anno, grazie all’eliminazione di circa il 98% delle barriere commerciali tra i due blocchi, ma le polemiche restano e le associazioni promettono battaglia fino all’ultimo giorno.

Secondo gli oppositori, il CETA è «un cavallo di Troia», un Giano Bifronte che presenta un secondo lato nascosto e pericoloso per la ricchezza agroalimentare dei paesi europei e per la loro stessa economia. In particolare denunciano come, dal momento che i dazi doganali tra i due Paesi sono già a livelli bassissimi, l’abbattimento non si rivolgerebbe alle barriere tariffarie, bensì a quelle normative. Mirerebbe, cioè, a un’omologazione delle legislature verso il basso, attraverso l’appiattimento degli standard di sicurezza e di protezione ambientale che sì faciliterebbe ulteriormente gli scambi commerciali, ma porrebbe anche in pericolo la salute del consumatore, dell’ambiente e delle piccole e medie imprese europee.

La Commissione Europea, al contrario, assicura una crescita delle vendite e una tutela supplementare verso i prodotti “sensibili” e l’ampia gamma di prodotti UE a Indicazione geografica, come il vino, il prosciutto di Parma e il formaggio Roquefort. Non solo, ma, a detta dei tecnocrati di Bruxelles, sarebbero questi stessi prodotti a uscirne vincitori, perché grazie al CETA non sarà più possibile vendere in Canada contraffazioni di tipicità certificate, in quanto sarà introdotto anche oltre oceano il «riconoscimento e la protezione delle nostre Denominazioni di origine».

 Rosa Uliassi

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