Intervista a Bledar Hasko, fotoreporter e freelance tra i raminghi di Idomeni

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© Bledar Hasko. Tutti i diritti riservati.
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In occasione del seminario Le vie delle migrazioni, le vite nelle migrazioni, svoltosi il 3 novembre presso l’Università degli Studi di Salerno, siamo riusciti a intervistare l’ospite del convegno Bledar Hasko, fotoreporter e giornalista freelance. L’incontro ci ha permesso di conoscere e capire le problematiche odierne legate alla migrazione. Grazie al lavoro sul campo, Bledar ha potuto testimoniare, in modo reale e senza filtri, la difficile situazione di Idomeni e, attraverso altre immagini inerenti alla rotta africana per l’arrivo in Europa, ci ha mostrato scene specchio di morte, abbandono, sofferenza e indifferenza.

Bledar, in merito al suo lavoro a Idomeni, quanto è stato importante trovarsi sul posto per percepire al meglio ciò che la popolazione vive quotidianamente?

«Essere sul posto è fondamentale per un giornalista. Almeno per come lo concepisco io questo lavoro. Naturalmente non sempre è possibile, ma quando si vivono gli accadimenti in prima persona riesci a cogliere tutto. Serve sempre essere un po’ distaccati ma non sempre riesce e a me personalmente non riesce mai. Sono esperienze che comunque ti danno la possibilità di crescere sia a livello emotivo sia professionalmente. Oltre a ciò che racconti la realtà che vivi, ti confronti con colleghi che hanno molta più esperienza ed in questo senso la crescita è assicurata.»

Qual è il messaggio portante di questo suo lavoro?

«Essere leali alla realtà.»

Cosa l’ha spinta a intraprendere questi lavori sulle rotte balcaniche, Stati a sud del Mediterraneo e Idomeni?

«Sono un giornalista e da straniero che vive in Italia ho una certa sensibilità nei confronti della tematica. Poi sono albanese. Stavo aspettando che la rotta convergesse verso l’Albania. Poi con Ivan Romano e Michele Amoruso, due fotoreporter salernitani, ci siamo organizzati per Idomeni.»

Qual è la storia di Idomeni?

«La storia di Idomeni è reperibile ovunque ma ti posso dire quello che significa per me.»

Il campo di Idomeni simboleggia la disumanità.

«Ma non per il filo spinato. Per il quotidiano. Ogni giorno quelle migliaia di persone perdevano, anche se un pezzetto alla volta, la loro dignità. Certo tutto era meglio dell’inferno da dove venivano. La guerra civile, la fame e la distruzione. Il caso Idomeni è un chiaro segnale di precipizio. È “la banalità del male del duemila”. Si muore da decenni in Libia o nel deserto del Sahara. Stavolta il campo era in Grecia. I soldati occidentali. E il filo spinato prodotto in UE. Almeno in passato il lavoro sporco lo facevano i libici o altri stati cliente dell’occidente così civilizzato. Idomeni è un monito. Da qui non si passa. Un monito che è costato un anno di attesa per quindicimila persone.»

© Bledar Hasko. Tutti i diritti riservati.
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Qual era la peculiarità di quelle persone che si trovavano a dover fronteggiare un muro? Come vivevano questo dramma?

«Quella di scavalcarlo. Con dignità.»

© Bledar Hasko. Tutti i diritti riservati.
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Secondo lei, quanto è importante il ruolo della fotografia per esprimere un concetto che, spesso, con parole non riesce a trasparire?

«Io credo anche che la fotografia senza la parola non sia il massimo. Ecco una cosa è certa credo nella multi disciplina. Foto, Video e reportage scritto, vanno a pari passo. In fondo però la parola, la scrittura, rimane la più importante di tutte.»

© Bledar Hasko. Tutti i diritti riservati.
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Qual è stato l’aspetto che più l’ha colpita? Qual è stato l’aspetto più significativo che ha portato con sé dopo questa esperienza?

«La dignità di alcune madri siriane che nonostante le difficoltà non si davano mai per vinte. Che l’unica arma che abbiamo è la conoscenza. Scavare, cercare, fare e farsi domande, chiedere perché. Il dubbio è sempre cosa giusta, anche perché nessuno possiede la verità, tanto meno chi è al potere.»

© Bledar Hasko. Tutti i diritti riservati.
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Intervista a cura di Vincenzo Molinari

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Definirsi, delineando i propri confini, è una delle cose più difficili al mondo. Parlerei per ore di svariati temi, ma avere una visione soggettiva di me stesso mi reca alcune complessità. Le uniche cose che so di sicuro sono che ho 19 anni, un metro e settantacinque, capelli scuri, occhi scuri e occhiali; diplomato e aspirante universitario, perennemente critico e relativamente ottimista.

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