Cuperlo si sgancia: «Non sono io l’incoerente. Evidente che non si può essere completamente soddisfatti, ma abbiamo ottenuto quello che come minoranza abbiamo chiesto per mesi. Quindi da parte mia firmare un documento su queste modifiche all’Italicum – i collegi per eleggere i deputati, il no al ballottaggio, il premio di governabilità, oltre all’elezione diretta dei nuovi senatori – è stato un atto di coerenza», ma per gli esponenti della minoranza come Davide Zoggia «Ci sono troppi condizionali, che purtroppo danno il senso dell’operazione. E si rimanda tutto a dopo il 4 dicembre, a dopo il referendum: chissà che scarpe avremo per allora».

Che la minoranza interna al PD avesse perso un altro grande nome era già palpabile quando il 29 ottobre Gianni Cuperlo si era fatto fotografare in compagnia del ministro Maria Elena Boschi in Piazza del Popolo. Il senatore dem, un tempo vicino a Massimo D’Alema e che era stato mandato a sondare il terreno dopo la direzione del 10 ottobre per verificare le possibilità di modificare i punti critici della riforma, ha deciso infatti di accettare l’accordo con Renzi abbandonando di fatto la minoranza che non ha accolto favorevolmente il testo firmato dallo stesso Cuperlo con Rosato, Guerini, Orfini e Zanda. Pieno d’intenti secondo la sinistra dem, ma povero di quei contenuti che questi domandavano per votare Sì.

Visioni inconciliabili tra gli ex colleghi: per Cuperlo nell’accordo siglato con il benestare del segretario/premier c’è «tutto quello che come minoranza abbiamo chiesto per mesi», mentre per Zoggia «la funzione di questo accordo è provare a dimostrare che ci siano i buoni e i cattivi» mentre «l’unico modo serio per cambiare l’Italicum sarebbe stato presentare un disegno di legge».

Negli ultimi mesi le fratture all’interno del Partito Democratico – ricordiamo i cori per Bersani a Catania “C’è solo un Segretario!” – hanno toccato il picco durante la settima edizione della Leopolda, quando un gruppo di “leopoldini” ha accolto l’attacco del segretario/premier alla sinistra PD con il coro “Fuori-fuori!”. Le reazioni sono state immediate e durissime come quella dell’ex segretario Bersani che aveva affermato a proposito:

«Il coro “fuori fuori”? Nel Pd vedo arroganza e sudditanza».

Il premier Matteo Renzi Sul palco della Leopolda per le conclusioni di fine lavoro 6 novembre 2016 ANSA/Maurizio Degl' Innocenti

Non stupisce a questo punto come il “Sì” di Cuperlo abbia spiazzato una minoranza che da tempo aveva intrapreso di correre controcorrente, scegliendo il “No” anche e soprattutto in chiave anti renziana. Una scelta controversa che ha indebolito i frondisti, ma che ha dimostrato quanto il rischio implosione per il Partito Democratico sia dietro l’angolo.

Sarà possibile ricomporre tutte queste fratture dopo un referendum così incisivo sul presente ed il futuro di questo partito?

Questo non è dato saperlo, ma è certo che le difficoltà ci saranno qualsiasi cosa decidano gli elettori il 4 dicembre.

Per quel che riguarda l’accordo siglato da Cuperlo su alcuni dei punti più discussi della riforma – eliminazione del ballottaggio, premio di coalizione/lista, inserimento dei collegi ed elezione diretta dei senatori –, è difficile poter esprimere un giudizio.

Sostanzialmente si tratta di un patto di tipo politico privo di qualsiasi valore giuridico: nulla formalmente impedisce al Governo e alla maggioranza di ignorarne il contenuto una volta ottenuto il Sì. Tra l’altro, anche qualora il Governo e la maggioranza mantenessero la parola, il voto definitivo spetterà comunque al Parlamento che potrà operare le proprie valutazioni sulla proposta in piena libertà.

Sul punto è bene notare che le opposizioni hanno deciso in maniera compatta di discutere la proposta soltanto a seguito del referendum, quando il giudizio della Corte Costituzionale sull’Italicum potrebbe cambiare ancora le carte in tavola.

Antonio Sciuto

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