“Un amore”: Dino Buzzati e l’ossessione amorosa

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“L’amore è una maledizione che piomba addosso e resistere è impossibile.”

È impossibile resistere al richiamo allettante e ingannatore del demone della passione. La passione non ha rivali; incontrastata, domina la mente e il corpo, usurpa tutte le forze e se ne nutre impudicamente, ottenebra il lume della ragione, divora ciò che ancora non ha soggiogato con il suo potere stordente; impietosa, ruba ogni esiguo stillicidio di serenità, sospingendo subdolamente la vittima nel suo vortice. La passione annichilisce e delizia, ubriaca di vita e dissipa, crea e distrugge, affonda nei relitti dell’inferno e innalza allo splendore paradisiaco.

E proprio l’amore, questa piovra dai mille tentacoli ingannevoli, depreda l’anima di Antonio Dorigo, protagonista del romanzo di Dino Buzzati “Un amore”.

amore

Dorigo, “un borghese nel pieno della vita, intelligente, corrotto, ricco e fortunato”, tediato dalla mediocrità insignificante e grigia del suo modus vivendi, di tanto in tanto interrompe la monotonia che assedia la sua esistenza con la compagnia di giovani prostitute presso la casa della signora Ermelina. E così in una Milano brulicante di vita, capricciosa e licenziosa, lasciva e dissoluta, Dorigo fa la conoscenza di Laide, una ragazza non ancora ventenne, e se ne innamora perdutamente.

Spregiudicata e spavalda, Laide non è altro che l’impeccabile incarnazione della realtà del boom economico: una dimensione amorale, scevra di sentimenti bonari o di delicata pudicizia, ma avida solo di ricchezze, anche a costo di mettere in vendita il proprio corpo.

“Eppure, in quella svergognata e puntigliosa ragazzina una bellezza risplendeva ch’egli non riusciva a definire per cui era diversa da tutte le altre ragazze come lei, pronte a rispondere al telefono. Le altre, al paragone, erano morte. In lei, Laide, viveva meravigliosamente la città, dura, decisa, presuntuosa, sfacciata, orgogliosa, insolente. Nella degradazione degli animi e delle cose, fra suoni e luci equivoci, all’ombra tetra dei condomini, fra le muraglie di cemento e di gesso, nella frenetica desolazione, una specie di fiore.”

Dorigo è in un’apocalittica apnea, in lui avvampa l’amore, cresce un’impaziente smania, prorompe il desiderio del possesso non del corpo, ma dell’anima della Laide, di cui comprende di poter godere soltanto in cambio di denaro. La sua mente è obnubilata dall’immagine di quella ragazzina “provocante, estranea, irraggiungibile”, una tormentosa gelosia lo estenua e lo logora, si insinua il morbo inquietante dell’ossessione amorosa, il sospetto, insopportabile e martellante, del tradimento risucchia le sue energie vitali, il pensiero soffocante di lei stermina ogni briciola di noia. L’antica tranquillità, piatta e insulsa, è solo un vago miraggio, ormai impossibile da raggiungere.

“Sapeva che quella era la sua maledizione e la sua condanna, ma proprio per questo, forse, non trovava la forza di staccarsene.”

La genesi della passione è descritta con diligente scrupolosità, analizzando ogni impulso disperato con zelo, con irriverente pignoleria, quasi come a voler tratteggiare una diagnosi medica. Lo stile del testo non ricalca più il sontuoso onirismo de “Il deserto dei Tartari”, implode la vena fantastica de “Il grande ritratto”, lasciando lo strascico ad un saccente e spietato realismo, a tratti joyciano, con lunghi intermezzi di flussi di pensieri privi di punteggiatura, atipico per quel che si usa definire il “Kafka italiano”

“Sono stato addirittura accusato di aver adottato un diverso modo di scrivere e certi termini crudamente realistici solo per mantenermi alla moda, o per vendere più copie. Respingo queste supposizioni. Volevo descrivere quel mondo, e dovevo scrivere in quel modo. E poi non è vero che sia cambiato, perché i miei libri hanno sempre avuto un linguaggio molto piano, cronachistico.”

Questa la dichiarazione di Buzzati in un’intervista a Tino della Valle a proposito della stesura del suo ultimo romanzo.

Clara Letizia Riccio 

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