Dopo tante polemiche, manca ormai poco. Il 4 dicembre 2016 l’Italia sarà chiamata ad esprimersi su un quesito potenzialmente storico: nel referendum costituzionale i cittadini dovranno decidere se approvare o respingere la riforma della Costituzione Italiana.

La cosiddetta Renzi-Boschi, dai nomi dei promotori della legge, se approvata, rivoluzionerà l’attuale assetto politico e istituzionale del Paese, cambiando profondamente forma e pratica della vita pubblica e condizionando marcatamente le condizioni in cui l’Italia potrà essere governata nel prossimo futuro. Perciò, al netto delle comunque rilevanti motivazioni politiche, la questione referendaria è da affrontare nel merito, in un approccio innanzitutto giuridico.

A fronte di un tema fondamentale e periodizzante per la vita del Paese, il dibattito pubblico degli ultimi mesi si è però dimostrato incapace di spiegarne le ragioni, macchiato ab origine da un populismo sistematico e totalmente fuorviante da una parte come dall’altra: come ammesso dallo stesso schieramento pro-riforma, è stato un errore legare l’esito del referendum costituzionale alla durata del Governo, come è assurdo continuare a propagandare il superamento del bicameralismo paritario come l’abbattimento dei costi della politica, nel tentativo di intercettare qualche voto di protesta in più. Se i Governi passano, la Costituzione è destinata a restare.

Ecco, quindi, le ragioni del SI al referendum costituzionale e i possibili lati positivi della Renzi-Boschi:

1. Superamento del bicameralismo paritario e nuova funzione del Senato.

Si tratta di una discussione ormai storica in dottrina e, dalla Commissione Bozzi in poi (era il 1983), si è cercato più volte di riformare l’assetto istituzionale in tal senso senza mai riuscirci. In sede costituente, all’indomani della catastrofe della guerra mondiale, si protese per due Camere nella sostanza identiche per assicurare una maggiore stabilità al sistema politico e salvaguardarlo da possibili ricadute autoritarie.

Oggi tale esigenza non è più sentita e l’Italia rimane uno dei pochissimi Stati in cui un identico testo deve essere approvato da entrambe le Camere. Con la riforma si prevede un bicameralismo differenziato, con la Camera dei Deputati che sarà la sola a votare la fiducia, oltre ad esercitare «la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo». Il Senato, al contrario, eserciterà una funzione di raccordo tra lo Stato e gli Enti locali, secondo i promotori conferendo così maggiore attenzione ai territori nelle materie che li riguardano, dove saranno chiamati a decidere gli stessi amministratori locali.

Per come pensato, quindi, ha senso che l’elezione dei senatori non sia diretta, ma decidano i Consigli Regionali: il numero dei delegati passa da 315 a 100, di cui 74 consiglieri regionali, 21 Sindaci e 5 senatori nominati dal Presidente della Repubblica per 7 anni. Significativa è sicuramente la riduzione del numero dei parlamentari, anche se l’argomento non andrebbe strumentalizzato.

2. Riequilibrio del potere esecutivo, con limiti alla decretazione d’urgenza.

La differenziazione dei poteri come disciplinata nel nuovo articolo 55, secondo i promotori, migliorerà significativamente l’iter legislativo, riducendo i casi di navette parlamentari tra Camera alta e bassa e ridimensionando di conseguenza (come nel nuovo articolo 77) anche il ricorso governativo ai decreti legge, mettendo fine a un abuso che dura da decenni e sul quale la totalità della giurisprudenza è d’accordo.

Si raggiungono quindi due obiettivi fondamentali: maggiore velocità nell’approvazione delle leggi e rigida ripartizione delle competenze, cosicché di norma la Camera approverà le leggi e il Senato avrà al massimo 40 giorni per discutere e proporre modifiche, su cui poi la Camera avrà comunque l’ultima parola.

3. Più strumenti per la democrazia diretta e per la partecipazione dei cittadini.

Finalmente il Parlamento avrà l’obbligo di discutere e deliberare sui disegni di legge di iniziativa popolare proposti da almeno 150mila elettori, attualmente nella sostanza sempre ignorati dal mondo politico. In più saranno introdotti i referendum propositivi e d’indirizzo, attualmente non previsti dalla Costituzione, e si abbassa il quorum per la validità dei referendum abrogativi, laddove non sarà necessariamente richiesto il voto del 50% degli aventi diritto, ma in caso di sottoscrizione di un quesito da parte di almeno 800mila elettori sarà sufficiente la metà più uno dei votanti alle precedenti elezioni per la Camera dei deputati.
Nei fatti ciò garantirà un maggiore dialogo tra cittadini e istituzioni rappresentative, favorendo la partecipazione alla vita politica del Paese.

4. Snellimento delle istituzioni e riduzione dei costi.

Che piaccia o meno, e sebbene non sia l’argomento principale della riforma e non deve essere trattato come tale, vi sarà una sensibile riduzione dei costi relativi al funzionamento istituzionale. Il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) è un organo di rilievo costituzionale che si è sostanzialmente svuotato di senso nel corso dei decenni e oggi è giusto abolirlo, come è utile la riduzione del numero dei senatori, da 315 a 100, e l’eliminazione delle Province dalla Costituzione. Sono, al di là degli spot e della propaganda da entrambi i lati, aspetti importanti e da non sottovalutare.

Articolo a cura di Antonio Acernese

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO