Guardando i rami degli alberi in questa stagione, è facile che, a chiunque abbia dovuto imparare poesia a memoria alla scuola dell’obbligo, vengano in mente i famosi versi di Ungaretti. Meno conosciuta, in Italia, è una poesia del poeta polacco Kazimierz Przerwa-Tetmajer in cui ricorre un’immagine simile.

Se il “si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” è riferito alla precarietà dei soldati al fronte, il “noi, così simili alle foglie autunnali” (my, do jesiennych tak podobni liści) di Tetmajer parla sempre di precarietà, ma di quella degli artisti. Facendole rimare, il poeta polacco mette in correlazione la parola “artisti” (in polacco “artyści”) con “foglie” (“liści”).

Non d’autunno, ma d’inverno, sono gli alberi  che potrebbero avere ispirato John Keats, quando scrisse, in una lettera del febbraio 1818 al suo editore John Taylor “se la poesia non nasce naturalmente come le foglie di un albero, è meglio che non nasca affatto” (if poetry comes not as naturally as the leaves to a tree it had better not come at all).

Chissà cosa avrà pensato Taylor, leggendo questa frase? Lui, che da, editore, doveva per forza di cose usare carta (e dunque alberi) per produrre libri e riviste. Avrà solo pensato alla poesia e a Keats o si sarà soffermato a visualizzarle, le foglie da Keats usate come immagine?

Il rapporto tra alberi e poeti è sempre stato caratterizzato da questa dolorosa ironia. Da un lato, il poeta, da qualche secolo a questa parte, sa che, per essere visibile, deve essere stampato (le cose hanno cominciato a cambiare solo di recente). Per la fama (“il nostro sole” come scrive Tetmajer nella poesia sovramenzionata), alberi devono essere abbattuti.

Allo stesso tempo, il poeta è sempre stato ispirato dalla natura e, nella natura, dalla maestosa presenza degli alberi.

“io vi amo!”, scriveva Ruben Darío riferendosi ai pini. Il poeta nicaraguense si trovava in Spagna quando scrisse la sua “canción de los pinos”, ma non menziona solo pini spagnoli. Darío parla di “pini italiani”, “pini di Napoli”, “pini del Nord” e “pini del Rinascimento”. “Bagnati di grazia, di gloria e di azzurro”, questi alberi vengono paragonati a statue e attori per il loro portamento.

Non un pino, ma un platano, colpí Luis Cernuda. Egli si trovava a Cambridge, nei primi anni del suo esilio e notò un platano centenario nel giardino dell’Emmanuel College, vicino al fiume Cam. Scrisse di come, appoggiando la mano sul tronco, si potesse sentire la linfa salirvi dentro. Con grande saggezza, ne parlò come di un “essere di un modo perfetto a cui l’uomo è estraneo”, “triste solo per chi lo guarda da triste”.

Se Cernuda ci fa riflettere, Machado ci commuove. Oggetto della sua poesia è un olmo secco, colpito da un fulmine. Non vi dimorano usignoli, ma ragni e formiche. Eppure, dopo la pioggia di aprile e il sole di maggio, dall’olmo è spuntata qualche foglia verde. Forse pensando alla moglie, che in quel momento lottava contro la tubercolosi, forse pensando a sé stesso, Machado scrive “Olmo, voglio prendere nota/ della grazia del tuo ramo rinverdito/ anche il mio cuore aspetta/ verso la luce e verso la vita/ un altro miracolo della primavera”. In questo articolo si ipotizza che la grafiosi dell’albero sia il correlativo della tubercolosi della moglie del poeta.

Sono troppi i poeti che ci hanno dato immagini sugli alberi per poterli citare tutti.

Stefan George scrisse del grigio donato dalla betulla e dal bosso, Pablo Neruda paragona l’amore a “quello che la primavera fa con i ciliegi”, Joyce ci invita nella pineta, Sylvia Plath rivela la forma gotica del tasso, Miguel Hernández scrive degli ulivi di Jaén e dei loro tronchi ritorti, Montale ha legato l’immagine “trombe d’oro della solarità” ai limoni e ai loro alberi.

Luca Ventura

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