Portici Città Ribelle: “Vogliamo un’amministrazione ‘in comune’ che metta il popolo in prima linea nelle scelte decisionali”.

Dopo l’assemblea pubblica sui Beni Comuni della scorsa settimana abbiamo voluto porre qualche domanda al collettivo Portici Città Ribelle, per cercare di capire qual è il reale fuoco che arde alla base del progetto ed in che modo si può tutelare la propria città dalle mancanze politiche.

Come e perché nasce l’idea del collettivo Portici Città Ribelle?
“L’idea nasce dalla voglia di riappropriarsi degli spazi politici della nostra città che riteniamo sottratti ai molti al vantaggio di pochi. Dalla volontà dei cittadini di ritornare protagonisti nel dibattito pubblico. Le decisioni condivise, lo sviluppo dell’assemblea pubblica, il riprendersi gli spazi comuni e la lotta contro il malgoverno sono tutti temi che abbracciamo e sosteniamo con forza. La partecipazione di Luigi de Magistris alla nostra prima assemblea pubblica non è casuale, essa è figlia di un apprezzamento del modo di governare la città di Napoli che sicuramente prendiamo a modello da declinare nella nostra città. Pensiamo soprattutto al modello di assemblea pubblica; nelle ultime due uscite in piazza Poli a Portici una sul referendum costituzionale, l’altra sul tema della legalizzazione delle droghe leggere, siamo riusciti a gremire la piazza e ad allontanare  il dannoso paradigma del “popolo pigro” che ci vien propinato a intervalli regolari. Non è così. I cittadini vogliono decidere. Vogliono farlo ora. Tuttavia, teniamo a sottolineare che ogni città “ribelle” ha delle peculiarità dovute proprio ai diversi temi e tessuti locali, che fanno prendere le mosse all’agitazione e alla pretesa di far diventare il popolo protagonista del proprio destino. Quindi piena condivisione delle tematiche comuni con Barcellona, Atene, Madrid, Napoli e via dicendo, ma ogni storia, ogni “sacca” ribelle ha le sue caratteristiche ed ha il dovere di mettere in pratica le proprie idee nel vivere quotidiano che sarà inevitabilmente diverso di città in città”.

Qual è il progetto che il collettivo vuole portare avanti nella città di Portici?
“Una ricetta chiara e valida per tutti non l’abbiamo, stiamo cercando di costruire una volontà collettiva che possa dare risposta a questo punto. Tuttavia ciò che ci è chiaro è che bisogna allontanarsi dall’idea di ‘amministrazione-capo’ che ha caratterizzato la nostra città.
Siamo stufi del politico che parla unicamente al politico, senza confronto, che aumenta sempre più il divario partecipativo tra esso e il cittadino. L’amministrazione che ci aspettiamo non deve farsi logorare dalla lotta politica e di interesse ingolfando la macchina amministrativa ma dev’essere in grado di assumersi della responsabilità chiare e precise senza distinzione di elettorato. Quindi un amministrazione ‘in comune’, attenta alle istanze dei cittadini, scevra di protagonismo, ma che abbia l’obiettivo ben chiaro di riportare il popolo nel processo decisionale. Per quanto riguarda il momento elettorale, il fatto che ci si sta adoperando, vedendo, agitando, ascoltando, per questo obiettivo comune non implica la partecipazione alla competizione (responsabilizzazione, troppo tecnico) elettorale. Implica anzitutto la voglia di portare all’esterno un nuovo progetto dove tutte e tutti partecipano e sottoscrivono la volontà del gruppo che poi uscirà fuori. Questo implica il capovolgimento del cattivo costume che vuole che l’input e l’indirizzo cali dall’alto. Vogliamo ricominciare a pensare, e ripensare, il politico”.

Quali temi toccheranno le prossime assemblee pubbliche?
“Le prossime assemblee avranno come tema gli annosi problemi irrisolti. Pensiamo alla G.O.R.I. che vessa con le sue pretese i cittadini sul bene comune per eccellenza, l’acqua; pensiamo a come sono stati sottovalutati i fondi europei nello sviluppo cittadino, alla scarsa valorizzazione del patrimonio immobiliare con beni come villa Fernandes, villa Mascolo, villa Camposele, il mercato coperto che ancora oggi aspettano una propria destinazione, o meglio, ogni tentativo di destinazione si è sempre rivelato un buco nell’acqua. Anche il tema del lavoro è assolutamente centrale sia sull’aspetto di creazione, sia sulla riflessione sulle tutele. Per non parlare poi del bilancio, che risente dei passati indebitamenti e che risulta in gran parte vincolato. Tutto ciò è frutto di una visione politica, dura a morire, che guarda principalmente all’amministrazione come macchina elettorale del breve periodo, capace di spendere e dissipare le risorse pubbliche per ottenere un accrescimento del proprio elettorato a scapito della comunità e del bene comune. La poca lungimiranza comporta un aumento delle diseguaglianze sociali, alimenta il malaffare, diffonde lo sconforto tra i cittadini che si sentono sempre più disaffezionati alla politica”.

Soffermandoci proprio sui cittadini, avete riscontrato partecipazione da parte loro?
“Fino ad ora le risposte dei cittadini ci hanno confortato. Abbiamo riempito due volte Piazza Poli e anche in una tematica ‘pesante’ come quella dei beni comuni abbiamo registrato un forte interessamento. Ma vogliamo di più, il fuoco della partecipazione si alimenta ogni giorno con il dibattito e la proposta, ecco perché speriamo in un coinvolgimento ancora più forte del cittadino. È proprio questo a cui tende  l’esperienza ribelle. Essa è dignità, è l’urlo del popolo che dice “Basta!” a questo dispiego del potere di pochi e che vuole rendersi protagonista del proprio destino. Per tutti tutto, per noi niente”.

Flora Visone

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Flora scrive da sempre perché le riesce meglio che parlare. Studia Lettere moderne e lavora in una ludoteca. Poesia e bambini, due cose che, messe insieme, un po' la vita la migliorano. Non sa cosa vuol fare da grande ma sa quello che non vuole fare: arrendersi ad una realtà che non ti fa regali, dove il futuro tocca andarselo a prendere da soli.

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