Fuori dalla Corte Penale Internazionale (CPI). La Russia il 16 novembre ha dichiarato di non voler ratificare lo Statuto di Roma, il trattato stipulato nel 1988 ed entrato in vigore il primo luglio 2002, per regolare i compiti del tribunale internazionale, incaricato di giudicare chi è accusato di crimini contro l’umanità, di genocidio, di crimini di guerra e, nel futuro probabilmente anche di crimini di aggressione.

La Corte ha sede a pochi chilometri dall’Aja e vi aderiscono 124 paesi (senza Mosca 123). La decisione del Cremlino è giunta a seguito della posizione del tribunale internazionale nei riguardi della situazione in Ucraina. Come riportato da Forbes, il primo documento conclusivo è «particolarmente imbarazzante» per la Russia, perché viene ribaltato il ruolo di Putin nel conflitto, secondo cui «la Russia sarebbe stata solo uno spettatore innocente» mentre, per la CPI, in Crimea sarebbe in atto un vero e proprio conflitto militare tra Russia e Ucrania.

Mosca sostiene l’inefficacia e l’inutilità della Corte e con questo gesto simbolico – come gli Stati Uniti ha solo firmato lo Statuto di Roma senza mai ratificarlo – vuole ribellarsi a un organo privo di indipendenza e fortemente ingerente nelle questioni nazionali. Un atto politico che potrebbe, però, avere effetti concreti, perché questo è solo l’ultimo episodio di tensione interna: già in ottobre, Sudafrica, Burundi e Gambia hanno ufficialmente annunciato il proprio ritiro dalla Corte e anche Kenya e Uganda hanno mostrato la volontà di allontanarsi. A seguito di queste improvvise uscite, Xavier-Jean Keita, capo dell’ufficio degli avvocati della corte, aveva evidenziato le difficoltà a cui «la nostra grande famiglia» andava incontro e la preoccupazione di un’uscita di massa dalla Corte.

Il ritiro della Russia sembra fortificare gli allarmismi di una possibile “disintegrazione” della CPI. A peggiorare la situazione, il 17 novembre è arrivata anche la dichiarazione del neo presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, deciso a seguire l’esempio di Mosca per rispondere alle accuse del mondo alle misure del suo governo contro i trafficanti di droga.

Intanto, i lavori di controllo dei diritti internazionali procedono. Proprio in questi giorni la Corte ha ricevuto la terza denuncia legale da parte di tre associazioni per i diritti umani palestinesi contro «Il blocco illegale di Gaza: persecuzioni ed altri comportamenti disumani commessi contro i civili e altri crimini contro l’umanità». Oltre che sul fronte mediorientale, l’attenzione è sull’Afghanistan e sulla possibile apertura di un’inchiesta riguardante eventuali crimini di guerra compiuti dall’esercito USA in quei territori, a scapito di 61 detenuti. Se il fascicolo dovesse avviarsi, «la nuova amministrazione quasi sicuramente annullerà il già limitato e timido impegno dell’amministrazione Obama nei confronti della corte», indebolendo la Corte in competenze e legittimazione.

Rosa Uliassi

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO