Lo confesso, un tempo un risultato del genere mi avrebbe esaltato, infervorato. Il popolo italiano risponde in massa all’appello per la Costituzione, e con un’affluenza del 68% respinge seccamente la riforma mettendo fine all’esperienza di governo di Matteo Renzi.

Tutto molto bello, ma non riesco ad esserne felice. Non riesco, perché intorno a me continuo a vedere tre generazioni annichilite nelle speranze e nelle prospettive da decenni di politiche plutocratiche, l’agonia perpetua di uno stato sociale ridotto a brandelli, il mercato del lavoro asfittico e schiavista, il disfacimento che pian piano s’impossessa di ogni cosa, me compreso.

E a margine delle celebrazioni per quella che è stata giustamente definita “una vittoria del popolo”, non si può certo riscontrare un’analoga sconfitta per Renzi e i suoi fedelissimi: capaci, praticamente da soli, di convogliare il 40% dei consensi nella direzione di un cambiamento amorfo ed insulso. Perché bisogna ammetterlo, la riforma costituzionale, così com’era stata concepita, era davvero un orribile impiastro. Nessun giudizio politico, né di merito: 4 elettori su 10 hanno comunque scelto di dare credito a un gattopardismo alimentato dalla pura e semplice esigenza di cambiamento – che pure appare dunque viva e sensibile negli animi del Paese, e che non va sottovalutata.

Dall’altra parte, l’opposizione trasversale può sì gioire di aver inferto un colpo, forse letale, ai progetti egemonici di Renzi e dei centristi, ma non può pesarsi in termini elettorali con la prospettiva di tornare a breve alle urne: in quel 60% di No c’è effettivamente di tutto, dai voti della Lega e dell’estrema destra a quelli di Forza Italia, dal Movimento 5 Stelle alla minoranza dem, per finire con la CGIL e la sinistra parlamentare ed extraparlamentare. Difficile, quindi, ipotizzare una reale alternativa alla maggioranza attuale, ancor di più nell’ipotesi di voto senza una nuova legge elettorale.

Quanto a noi, nessuna apocalisse si è abbattuta sui nostri capi, nessun crollo di banche e di mercati: del clima esasperante, da guerriglia urbana, non resta che il freddo giudizio dei dati e la necessità di superare una delicata fase politica di transizione per restituire equilibrio, ed aggiungo, dignità al Paese lacerato dai conflitti, stremato nell’orgoglio, dissanguato nella vitalità.

Attenzione dunque ai giudizi emotivi, a non far passare questo referendum come la svolta epocale, la scossa di adrenalina che l’Italia attendeva da anni. Di propositi naufragati sul primo scoglio ne giacciono già a iosa in riva alla smania di potere; soprattutto, immaginare una ricostituente che parta dalle stesse dinamiche del referendum, ovvero uno sterile dibattersi tra “casta” renziana ed “accozzaglia” antirenziana non è affatto lo scenario ideale per ridisegnare un assetto istituzionale sobrio, efficiente ed efficace.

È lunga la strada di ritorno in paradiso. La risalita non può in alcun modo prescindere dall’acquisizione di un nuovo senso critico e dalla selezione di una classe dirigente meno chiacchierona e più umile nel mettersi al servizio dei cittadini. Di salvatori della patria non sappiamo cosa farcene: è il popolo a dover salvare se stesso, e non soltanto nel segreto dell’urna, ma alla luce della partecipazione e della riconquista di quegli spazi sociali e democratici che una politica incapace ed arraffona ci ha sottratto nel tempo.

Emanuele Tanzilli
@EmaTanzilli