Marcel Proust, l’immortalità del tempo della memoria

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Proust

Nato nel 1871 nella Francia della Comune e cresciuto durante la II Repubblica, Marcel Proust era un bambino gracile, di salute malferma, affetto da problemi respiratori e da una sensibilità rara e delicata, che forgiò il suo carattere schivo e solitario. Crescendo, frequentò i salotti parigini, ambienti alto-borghesi dove scoprì il suo gusto letterario e la sua capacità di intrattenere ed affascinare l’uditorio.

Marcel Proust è considerato uno dei più importanti autori a livello internazionale. Ed i lettori che si aspetterebbero di ascrivere alla sua personalità letteraria un romanzo tradizionalmente inteso, indubbiamente resterebbero delusi. Sì, perché Proust è un rivoluzionario, ma non un rivoluzionario nato: un uomo che mentre scrive il suo capolavoro diventa scrittore e si scopre desideroso di affermare una filosofia di vita, che parte dalla propria esperienza ed arriva ad abbracciare tutti gli aspetti della realtà. Nel periodo in cui frequentava salotti e circoli letterari, Proust leggeva. E proprio leggendo gli altrui prodotti, si accorse che in nessuno di essi era presente ciò che egli avvertiva come necessario: non il rifiuto del mondo, ma il trasferimento dell’attenzione verso un’altra realtà, quella interiore.

E se la prima cosa che il lettore cerca di rintracciare in un romanzo è la trama, nell’opera proustiana non troverà alcun filo conduttore, né matrice scatenante, ma personaggi, vicende interiori e soggettive che si intrecciano, si sovrappongono.

“À la Recherche du temps perdu” è un’opera senza confini, come la sua personalità, come le personalità dei personaggi che egli crea, che non sono altro che “mondi suscettibili di infinite aggiunte, correzioni, riduzioni”, indeterminati e mutevoli. Un’opera circolare, le cui parole iniziali (longtemps, je me suis couché de bonne heure) e quelle finali (dans le Temps) sono state scritte simultaneamente, per cui il discorso sembra tornare su se stesso. 3724 pagine delle quali quasi nessuno, dopo la prima lettura, capì nulla. Ciò che a Proust interessa non è la rappresentazione di una realtà, ma l’espressione della sua verità: una verità in cui il tempo è moltiplicato all’infinito, tritato tra il concreto, con la sua luce, e il sogno, con le sue grandi e profonde zone d’ombra. Le lezioni dei suoi predecessori, Balzac, Stendhal, Flaubert, vengono interpretate in senso opposto: se il loro obiettivo era attenersi quanto più possibile alla rappresentazione della realtà, Proust comprende quanto ciò impossibile sia. Perché il vero di Proust è effimero, mutevole, oltrepassabile. E la tragicità non è correlata ad una circostanza, bensì alla condizione umana e alla sua instabilità:

“L’amore non dura, l’amicizia è un’illusione, l’arte è soltanto una frazione della nostra memoria interiore, mentre il tempo maiuscolo è un dio spietato e beffardo che cancella le nostre ambizioni e le stesse passioni.”

E questo Dio potente ed invisibile presiede tutto il percorso silenziosamente catastrofico della Recherche.

Il tempo. Un tempo che per Proust è interiore: niente a che vedere con la realtà storica, con il contesto sociale. Il tempo è sottocutaneo: si estende nei meandri delle nostre anime, recepisce e trasforma a modo proprio i dati dell’esperienza sensoriale. È quel tempo costituito da infiniti rimandi suggeriti dal reale, che toccano le punte sensibili di un ricordo mai vissuto o creduto dimenticato, abbandonato per sempre e che, invece, rispunta, prepotente e pungente. E il tempo ritrovato è l’unico tempo concesso alla nostra memoria: l’ineffabile vero diventa raggiungibile solo mediante un’interpretazione postuma.

La corretta interpretazione di ciò che abbiamo vissuto è raggiungibile solo a cose compiute, mediante il ricordo. La verità di Proust guarda all’indietro, mai in avanti. Solo il tempo futuro svelerà le verità di quello perduto: di qui, l’inutilità e la debolezza dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri, che acuiscono la confusione del presente.

“Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata, e il nostro vero io che, talvolta da molto tempo, sembrava morto, anche se non lo era ancora del tutto, si svegli, si animi ricevendo il celeste nutrimento che gli è così recato. Un istante affrancato dall’ordine del tempo ha ricreato in noi, perché lo si avverta, l’uomo affrancato dall’ordine del tempo.”

Libertà e felicità: in questo si risolve la perpetua contrapposizione tra Tempo perduto e Tempo ritrovato. La percezione al presente che rimanda ad un ricordo sepolto, che riaffiora in una dimensione che non ha nulla a che vedere con il tempo reale: non presente, non passata, semplicemente extratemporale. Una sublime esperienza dell’intelligenza e dello spirito.

“E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.”

Sonia Zeno

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Sonia Zeno, nata il 19/08/93 a Napoli e residente in Ercolano. Laureata in Lettere moderne, attualmente studentessa di Filologia moderna, aspira a diventare una scrittrice e docente di letteratura italiana. Amante della poesia e convinta che essa sia capace di donare occhi nuovi con cui guardare il mondo circostante, scoprendo in ciascuno di noi una speciale e singolare sensibilità.