Se prossimamente, percorrendo ad esempio il tratto dell’autostrada Napoli – Bari che dall’Irpinia porta in Puglia, vi capiterà di intravvedere gli impianti per la produzione di energia eolica che svettano tra le colline e penserete che, in fondo, vi fanno sentire un tantino come se foste in Olanda a guardare i mulini a vento, sappiate che in realtà a far muovere quelle pale è da qualche tempo un vento di tempesta, che spira tra Regione Campania, comitati per la difesa del territorio e, immancabilmente, qualche cosca mafiosa.

Così, il 21 novembre scorso, parlò Carlo Iannace, Consigliere regionale della Campania del gruppo “De Luca Presidente in rete” che sostiene la Giunta, nel commentare l’approvazione della delibera della Giunta Regionale n. 533 del 04.10.2016 sui “Criteri per la individuazione delle aree non idonee all’installazione di impianti eolici con potenza superiore a 20 kW, ai sensi del comma 1 dell’art.15 Legge regionale 5 aprile 2016, n. 6″: «Con questo atto la Giunta Regionale ha posto fine alla indiscriminata proliferazione di torri eoliche dopo decenni di assordanti silenzi e mancate promesse (…) L’espansione indiscriminata delle torri eoliche ha danneggiato in maniera permanente ed irreversibile parte del nostro paesaggio, in questo modo è difficile se non impossibile parlare di sviluppo delle aree interne basato sul turismo, cultura ed enogastronomia». In sostanza, Iannace annuncia che la Giunta De Luca finalmente dovrebbe aver soddisfatto le istanze delle diverse comunità di cittadini impegnati da tempo in Irpinia contro la proliferazione selvaggia degli impianti per la produzione di quella che era stata loro spacciata anni fa come l'”energia del futuro”, pulita, a costo zero e praticamente infinita: l’energia eolica. Non si tratta di una presa di posizione cieca o anacronisticamente anti-rinnovabili, come potrebbe sembrare a prima vista. Anzi, all’eolico l’Irpinia e diversi suoi comuni si erano affidati speranzosi, in attesa che la nuova energia creasse opportunità di lavoro e sviluppo economico. Tuttavia, ben presto avevano dovuto fare i conti col solito malaffare che, al Sud, sembra insinuarsi ovunque ci sia un’opportunità di business, persino quando in partenza è “sana”.

Secondo un’inchiesta condotta dal Fatto Quotidiano, il fenomeno della “pala eolica selvaggia” è stato paradossalmente incentivato proprio dalla devoluzione (nel 2003) delle competenze in materia dallo Stato alle Regioni: la Campania aveva avuto sostanzialmente  il via libera per gestire in autonomia la posa di pale eoliche sul territorio, in maniera da attuare una politica coerente coi fabbisogni energetici ed occupazionali. Ma qualcosa, manco a dirlo, in questi anni è andato storto. Apparentemente senza alcun criterio regolatore degli interventi di posa, si è assistito ad una proliferazione sregolata delle famigerate pale, che secondo i comitati di cittadini, che nel tempo sono stati costituiti sulla scorta delle proteste sollevate da agricoltori ed operatori del turismo, hanno denunciato il danno d’immagine all’Irpinia dei pascoli verdi e delle colline impervie e meravigliose. È lo stesso Iannace che lo riassume efficacemente: «i crinali delle nostre colline sono rivestiti di torri con pale, e da lontano queste strutture sembrano tante croci».

Danno alle potenzialità agrituristiche, quindi, ma non solo. Pare infatti che qualcuno, nel vento, avesse messo le mani in pasta. Infatti, sempre il Fatto Quotidiano nella stessa inchiesta faceva presente come da alcune indagini fosse ormai emerso chiaramente che la criminalità organizzata, all’eolico, aveva fatto più di un pensierino: stavolta sarebbero stati i mafiosi pugliesi che, non certo per spirito ambientalista o per amore del territorio, avrebbero cominciato a devastare con attentati dinamitardi e colpi di kalashnikov gli impianti in Alta Irpinia: quattordici episodi avvenuti in pochi anni, con una recrudescenza negli ultimi mesi, si sono accaniti sia contro le imprese coinvolte nella manutenzione e costruzione delle installazioni, sia contro le attività dei rappresentanti dei movimenti antieolici. Si sospettano interessi trasversali delle cosche, allettate dall’allargamento del giro d’affari di un settore che, lo si ripete, dal 2003 lascia completamente liberi gli enti locali di incontrare qualsivoglia interlocutaore privato che sia interessato a costrurire un impianto per la produzione di energia eolica. Un business che, tra appalti e costi dell’energia, fa gola.

La battaglia dei comitati locali, che da tempo chiedevano una svolta alla Regione Campania sulla questione dell’Irpinia, parte da lontano e, dopo anni e tanta energia (umana, non eolica) spesa, arriva alla moratoria del 24 novembre: con ancora qualche polemica residua, però. Non è possibile, dicono i movimenti, che un provvedimento di simile importanza sia arrivato soltanto dopo forti e costanti pressioni da parte del terriotrio e che non fosse criterio esplicito e irrinunciabile di ispirazione dell’azione regolmentativa della Regione:  «l’amarezza – si legge in un comunicato a firma di Vito Nicola Cicchetti, del comitato Voria – è che l’etica, la ragionevolezza, l’educazione non riescono a trovare la loro ragione d’essere nei comportamenti di chi, per ruoli e funzioni ricoperte, dovrebbe sempre avere quale “faro illuminante” della propria azione amministrativa. Per ritrovare nell’azione amministrativa l’applicazione di tali valori morali ci siamo ridotti a dover pretendere una cogente norma ad hoc».

Non è tutto: secondo alcuni, questo faticoso riconoscimento del diritto alla certezza delle regole sull’eolico è persino insufficiente. Spiega ancora Iannace che «alcuni comitati lamentano che il deliberato approvato è poco incisivo, ma dopo anni di silenzi e parole al vento, promesse mai mantenute questo atto è un primo passo per mettere ordine nel disordine». Insomma, si tratta solo di un primo passo su cui costruire altri progetti che vincolino alla legalità il settore eolico (anche se su alcune delle richieste fatte dai comitati, come quella di istituire parchi che proteggano alcune aree dalla “eolificazione selvaggia”, è da registrare maggiore cautela): basta solo che il futuro di un eolico finalmente compatibile col territorio sia più solido del castello di carte che in Irpinia il vento si è portato via.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo “Sannazaro”, quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l’Università “La Sapienza” di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.