Lunedì 5 dicembre la Knesset, con 60 voti favorevoli e 47 contrari, ha dato la sua prima ratifica a un disegno di legge che intende legalizzare case e insediamenti israeliani collocati in Cisgiordania, oltre la Green Line, il confine di Israele riconosciuto dal diritto internazionale.

Il testo, approvato all’unanimità dal governo lo scorso 13 novembre, dovrà passare al vaglio del Parlamento altre tre volte, ma sono già molte le critiche all’interno e all’esterno del paese. Avichai Mendelblit, il procuratore generale dello stato di Israele, ha dichiarato che in questa situazione non potrà difendere in nessun modo le azioni del governo davanti alla Corte Suprema, perché la legalizzazione delle costruzioni sarebbe «inaccettabile».

Il disegno di legge, promosso dal ministro dell’istruzione Nafrali Bennet e dalla ministra della giustizia Ayelet Shaked, legittimerebbe in modo retroattivo la presenza di 4mila case costruite dai coloni su territori appartenenti a privati cittadini palestinesi, che verrebbero così espropriati delle loro proprietà in cambio di un – incerto – risarcimento statale. Originariamente, il provvedimento era stato pensato per contrastare la decisione della Corte Suprema di sgomberare entro il 25 dicembre l’insediamento di Amona, a nordest di Ramallah, dove vivono una quarantina di famiglie israeliane. Oggi, invece, nel provvedimento resta esclusa proprio Amona e presto i suoi 330 coloni verranno trasferiti in territori limitrofi.

Secondo numerosi intellettuali e analisti della politica, questo disegno di legge è l’ennesima conferma della strategia espansionista di Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro di Israele, la cui linea d’azione governativa è scandita dalla costante ricerca della sicurezza assoluta ad ogni costo, anche a quello di chiudersi al compromesso. Nonostante l’impegno di giungere a una risoluzione per la questione degli insediamenti, ancora oggi vivono nei Territori Occupati – così definiti nel diritto internazionale – più di 470 mila coloni e, se la proposta di Bennet-Shaked diventasse legge, il processo di pace ne risentirebbe in modo significativo poiché rappresenterebbe un passo verso l’annessione della West Bank a Israele. Anche il Segretario di Stato John Kerry ha ribadito la necessità di una mediazione sulla questione della Cisgiordania perché non vi potrà essere «né un avanzamento né una pace separata con il mondo Arabo senza un processo Palestinese e una pace Palestinese».

Attualmente sono ancora tanti i nodi da sciogliere per sbloccare il difficile cammino verso una risoluzione, ed è certo che il tema degli insediamenti è uno dei punti più sensibili. Le truppe israeliane occupano la Cisgiordania dal 1967 quando, a seguito della vittoria schiacciante di Israele durante la Guerra dei Sei Giorni – 5-10 giugno – il paese rifiutò di ritirarsi entro i confini previsti dall’ONU, pianificando in quei territori una permanenza a lungo termine in virtù della necessità di maggiore sicurezza.

Alcuni osservatori pensano che questa mossa del governo sia stata incentivata dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni statunitensi, perché il nuovo presidente sarebbe visto in modo favorevole dall’estrema destra israeliana. Bennet e Shaked, infatti, sono entrambi esponenti del partito dei coloni Casa ebraica, che ha deciso di portare avanti il disegno di legge «nonostante le forti obiezioni di Netanyahu e le sue esortazioni a rimandarlo».

Rosa Uliassi

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Laureata in Scienze Filosofiche, ora vivo a Milano, dove frequento un corso di Video Marketing e Digital Strategy. Mi interessano le questioni legate ai diritti umani e alla tutela delle minoranze, nel loro manifestarsi all’interno dei diversi contesti storico-politici.